«Ci sono date che non sono semplici punti su una linea del tempo, ma fenditure profonde nella memoria di un popolo». È da questa immagine potente che prende avvio "Friuli 1976. La terra che tremò, il cuore che restò", il volume realizzato da Il Gazzettino in collaborazione con De Bastiani Editore per accompagnare il cinquantesimo anniversario del terremoto e che da venerdì 24 sarà proposto in abbinamento con il quotidiano ( 6,80 euro più il costo del giornale). Un libro che non si limita a ricostruire i fatti, ma sceglie di restituire al lettore il respiro umano di quella tragedia e della straordinaria forza collettiva che seppe seguirla.
Emblematica è la copertina del volume. Lo scatto, realizzato da Gianni Fabrizio a Vito d’Asio, mostra un uomo seduto sulla vera di una fontana, immerso in un paesaggio di muri feriti, crepe, macerie e case sventrate. Il silenzio dopo il boato, lo smarrimento di una terra colpita al cuore, ma anche la dignità composta di chi resta. Prima ancora delle parole, è proprio quella fotografia a dire che il terremoto del 1976 non fu soltanto distruzione materiale, ma una frattura impressa nei volti, nei paesi e nella storia collettiva del Friuli. Il volume è un viaggio nella memoria, costruito per tappe, ciascuna legata a uno stato d’animo e a un passaggio decisivo di quei mesi. Si parte dalla notte del 6 maggio 1976, dalla paura, dalla polvere, dal buio e dalle prime mani che scavano tra le macerie. Poi arrivano l’alba della consapevolezza, i giorni dell’emergenza, la vita sotto le tende, il tempo della ricostruzione materiale e civile, fino alla memoria che non si spegne. Non un semplice saggio, dunque, ma un racconto corale che intreccia dolore, dignità, senso di comunità e volontà di rinascita. Ampio spazio è dedicato ai dati del sisma, alle sue dimensioni devastanti, ai numeri delle vittime, degli sfollati, delle abitazioni distrutte e del patrimonio storico colpito. Seguono poi le pagine sul “modello Friuli”, sul ruolo decisivo della ricostruzione dal basso, sul principio del “dov’era, com’era”, sulle grandi ricostruzioni che hanno fatto scuola, da Venzone a Gemona.







