La tregua negoziata per fermare la guerra in Iran e riaprire lo stretto di Hormuz fa tirare un sospiro di sollievo. Al netto dei dubbi sull'effettiva operatività dello stretto, dovuti all'attacco israeliano su Beirut, anche il rischio di un lockdown energetico sembra più lontano. Il prezzo del petrolio ieri era tornato a scendere sotto la soglia dei 100 dollari al barile, mentre il gas si attestava sui 44 euro a megawattora (contro i 53 euro del 7 aprile, sul mercato di riferimento di Amsterdam). Trainata da una dichiarazione del ministro della Difesa Guido Crosetto, domenica in un'intervista rilasciata al Corriere della Sera (“non tutto, ma molto potrebbe bloccarsi”), l’idea di un razionamento, da far scattare nel mese di maggio si era diffusa nelle ore precedenti alla scorsa notte, con una serie di ipotesi di interventi: condizionatori limitati a una temperatura minima, lavoro da casa diffuso, targhe alterne per le automobili, illuminazione ridotta per monumenti ed edifici pubblici, fino alla rimodulazione delle industrie più energivore, come acciaio e meccanica. Lo stesso Crosetto, martedì alla Camera per parlare di basi militari, interpellato da Wired Italia, aveva però risposto: “Ho già tante cose, non me ne occupo io…”.La competenza è del MaseIl dossier infatti è in mano, come è logico che sia, al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica. Che ieri, forte anche delle novità positive giunte nella notte dallo stretto di Hormuz e dintorni, tranquillizzava: quanto uscito sarebbe più “allarmismo mediatico” che emergenza in corso.Semplicemente, spiegano dal ministero, esistono due documenti, pubblicati per la prima volta nel 2023, il “piano di azione preventiva” e il “piano di emergenza” sull’approvvigionamento energetico dell’Italia, tramite i quali vengono monitorati in tempo reale gli arrivi di energia dalle varie fonti, e che sulla base di questi definiscono le soglie per eventuali azioni: una griglia strutturata di misure da attivare progressivamente, non uno stato eccezionale da proclamare.Un sospiro di sollievo “lungo” 15 giorniNon c’è dubbio, ammettono dal Mase, che se le cose fossero andate diversamente nelle ultime ore, oggi il contesto sarebbe radicalmente diverso. E lo stesso vale se Hormuz dovesse restare off-limits come ritorsione iraniana agli attacchi in Libano. Ma se due giorni fa il rischio sembrava concreto anche sul fronte carburante, con l'aeroporto di Brindisi quasi a secco, ieri la situazione invece si stava già normalizzando sui mercati con la prospettiva dello stretto di Hormuz che si avviava a riaprire.In ogni caso, secondo il piano di emergenza, le varie misure ipotizzate nei giorni scorsi non sarebbero entrate in vigore tutte insieme, ma solo alcune e in maniera scaglionata. Anche perché sul gas, i numeri sono rassicuranti: i serbatoi italiani sono al 44% di riempimento, “mentre la media europea è poco sopra il 20% – spiegano dal Mase –, un vantaggio che deriva dall'aver iniziato la stagione al 95%”. La preoccupazione semmai è che “ora bisogna ripartire a ricaricarli, operazione che normalmente si fa ad aprile": un conto è farlo col prezzo del gas a 20 dollari, come l’anno scorso, un altro a 53 dollari come ieri. Per questo, sarebbe meglio di evitare di farlo subito.Cosa prevede il piano di emergenza del sistema italiano del gasIl punto, però, è che il piano c'è, esiste ed è pubblico. Si chiama Piano di emergenza del sistema italiano del gas naturale, è allegato a un decreto del ministro dell'Ambiente e della Sicurezza energetica del 27 ottobre 2023, ed è strutturato in tre livelli progressivi, ciascuno con misure ben definite.PreallarmeIl primo livello, quello di preallarme, scatta quando ci sono segnali concreti e affidabili che la situazione potrebbe deteriorarsi: una riduzione significativa delle importazioni, una domanda eccezionalmente elevata staticamente osservabile una volta ogni vent'anni, o una combinazione di utilizzo intensivo degli stoccaggi e di condizioni climatiche avverse. In questa fase non viene attivata nessuna misura non di mercato. Gli operatori – importatori, stoccatori, distributori – sono semplicemente tenuti a massimizzare le proprie previsioni di flusso e a utilizzare la flessibilità dei contratti esistenti. Gli strumenti sono l'aumento delle importazioni, la riduzione della domanda attraverso contratti di natura commerciale che si possono interrompere e il passaggio a combustibili alternativi negli impianti industriali già attrezzati.AllarmeIl livello di allarme si attiva quando si supera – anche per un solo giorno – il 100% della capacità di erogazione giornaliera dagli stoccaggi, cioè che la domanda sta spingendo oltre i limiti programmati, e che le riserve si stanno consumando più velocemente del previsto. Il mercato può ancora reggere, ma si aggiungono strumenti: l'autorità competente può richiedere all'impresa maggiore di trasporto di attivare contratti di riduzione volontaria della domanda da parte dei clienti industriali. Anche qui, nessuna misura obbligatoria per i cittadini.EmergenzaIl livello di emergenza è quello che prevede misure non di mercato. È quello di cui si è vociferato in questi giorni, e si attiva in condizioni molto specifiche: cinque giorni consecutivi in stato di allarme, oppure tre giorni di allarme accompagnati dal superamento dell'80% della punta oraria disponibile, ossia la quantità massima di gas che il sistema può fisicamente erogare in un'ora, oppure all'esaurimento delle leve di mercato. È solo a questo punto che il ministero interviene con atti propri. Le misure previste sono undici, ordinate per priorità: le prime riguardano l'ottimizzazione tecnica del sistema: obbligo di utilizzo pieno della capacità di trasporto contrattualizzata, utilizzo degli stoccaggi di Gnl per il peak shaving (ossia l’utilizzo delle scorte per i momenti di picco della domanda), regole di dispacciamento dell'energia elettrica per ridurre il consumo di gas nelle centrali termoelettriche.Le eventuali misure del lockdown energeticoSolo successivamente si arriva alle misure che toccano direttamente famiglie e imprese: la riduzione delle temperature degli ambienti e dei periodi di accensione del riscaldamento (stimata in circa 2,7 miliardi di metri cubi di risparmio su 243 giorni), l'interruzione tecnica dei prelievi per i clienti industriali (fino a 8 milioni di metri cubi al giorno per 3-5 giorni, con un massimo di sei attivazioni stagionali), la riduzione obbligatoria dei consumi industriali. Solo negli stadi ancora più avanzati, infine,m si arriva alla sospensione dell'obbligo contrattuale dei venditori verso i clienti non tutelati e all'utilizzo dello stoccaggio strategico — che per il 2023-24 ammontava a 4,62 miliardi di metri cubi — fino alla richiesta di solidarietà agli altri Stati membri.Le misure sui condizionatori e sui termosifoni che i giornali hanno citato corrispondono, nel piano, al punto II della fase di emergenza, Ci sono, dunque, ma sono previste come risposta a un'emergenza già dichiarata e dopo che le leve di mercato si sono esaurite. Secondo il Mase, non erano ancora effettivamente allo studio per il caso del Medio Oriente, semplicemente sono previste in teoria, dal 2023, come extrema ratio: “Non si ingessa una gamba – per usare le parole che vengono dal ministero – se ci si è fatti solo un graffio”.Quello che si sta facendo ora, spiegano dal ministero, è aggiornare il piano sulla base degli scenari reali: gli arrivi attesi nelle prossime settimane, i flussi che potrebbero rallentare a maggio se la crisi nel Golfo non si stabilizzasse del tutto, i margini di manovra con le fonti alternative. Un lavoro di pianificazione ordinaria, accelerato da una situazione straordinaria che, per ora, sembra essere rientrata. Tra due settimane, o tra pochi giorni, magari, chissà.