Il prezzo del petrolio resta sotto i cento dollari. E Wall Street ha chiuso anche ieri in rialzo. Con gli investitori che provano a restare ottimisti sulla tenuta della tregua tra Stati Uniti e Iran. Ma le incognite, alla vigilia dell’incontro di domani a Islamabad, in Pakistan, tra le delegazioni degli Stati Uniti e dell’Iran sono ancora pesanti. Prima di tutto, nello Stretto di Hormuz i Pasdaran continuano a limitare il passaggio delle petroliere, ma la riapertura doveva essere una delle condizioni della tregua. Inoltre, la sfida di Netanyahu, che ha intensificato gli attacchi in Libano contro Hezbollah, nei quali però sono rimasti uccisi anche centinaia di civili, ha causato la reazione di Teheran: «Se non cessano i bombardamenti in Libano, non partecipiamo ai colloqui». Trump prima ha minimizzato, dicendo che in realtà il Libano non era «incluso» nel cessate il fuoco. Poi, però, ha chiamato il primo ministro israeliano chiedendogli di ridurre gli attacchi e «contribuire al successo dei negoziati con l'Iran». «Gli ho chiesto di essere più discreto» ha confermato il presidente americano.

A Beirut e nelle altre città il bilancio ufficiale delle autorità parla di 303 morti e 1.150 feriti a causa delle bombe israeliane. Nei pronto soccorso mancano bende e anestetici: secondo l’Organizzazione mondiale della sanità in diversi ospedali «alcuni materiali per la gestione dei traumi sono già scarsi e potrebbero esaurirsi in pochi giorni» a causa dell’enorme aumento di persone da curare. Il presidente libanese Joseph Aoun ha dichiarato: «L’unica soluzione alla situazione che sta attraversando il Libano è un cessate il fuoco con Israele, seguito da negoziati diretti». Netanyahu ha risposto: «Alla luce delle ripetute richieste del Libano di avviare negoziati diretti con Israele, ho incaricato il governo di avviarli al più presto. Si concentreranno sul disarmo di Hezbollah». Da Tel Aviv hanno precisato: non ci sarà alcun cessate il fuoco prima dei colloqui previsti per la prossima settimana a Washington. Anzi, il più falco dei ministri, Israel Katz (Difesa) si è affrettato ad avvertire: «La guerra continua». «Colpiremo Hezbollah ovunque», ma l’Iran replica: «La nostra risposta sarà forte». Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, annuncia: «Lunedì sarò in Libano, incoraggiamo i negoziati con Israele». Dal punto di vista diplomatico però si tratta di una matassa intricata: l’Iran afferma che non inizierà le trattative di domani in Pakistan prima dello stop ai bombardamenti israeliani in Libano; il governo di Tel Aviv dice che non sarà in vigore alcun cessate il fuoco prima dei negoziati di Washington, che però sono fissati per la prossima settimana. E ieri c’era una nebbia di incertezza su cosa succederà domani a Islamabad. Si conoscono però le probabili formazioni delle delegazioni. Gli iraniani non hanno più fiducia negli inviati di Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, perché gli attacchi del 28 febbraio sono cominciati dopo una prima fase di negoziati svoltasi a Ginevra alla presenza di entrambi. Per questo, il team Usa sarà guidato dal vicepresidente JD Vance (ma ci saranno anche Kushner e Witkoff). Vance ha storicamente posizioni isolazioniste. Inoltre, viene descritto come tra i più freddi, prima dell’attacco, rispetto alla decisione di scatenare la guerra contro l’Iran. Per Teheran s’ipotizza la partecipazione del presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf, del ministro degli Esteri, Abbas Araghchi e del viceministro Majid Takht-Ravanchi. Nel ruolo di mediatori ci sono i pakistani, a partire dal primo ministro Shehbaz Sharif. Ad oggi, permangono incertezze perfino sul testo dei dieci punti di partenza del quale sono circolate versioni differenti. Trump a Nbc News si è detto «molto ottimista» su un possibile accordo: «I leader iraniani parlano diversamente quando sono nelle riunioni rispetto a quando parlano con la stampa. Sono molto più ragionevoli. Si sono detti d'accordo su tutte le cose su cui dovevano essere d'accordo. Ricordatevi, sono stati conquistati». Gli iraniani chiedono garanzie di non aggressione per il futuro, con Russia o Cina nel ruolo di garanti e di mantenere il controllo dello Stretto di Hormuz, con un pedaggio (Trump ha addirittura ipotizzato una joint venture tra Teheran e Washington). Sull’arricchimento dell’uranio gli Usa non sono disponibili a fare concessioni, mentre c’è il nodo da sciogliere delle sanzioni che l’Iran chiede di revocare.