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10 APRILE 2026
Ultimo aggiornamento: 15:04
Mentre il mercato globale dell’energia è scosso dalla guerra innescata dall’amministrazione Donald Trump contro l’Iran e dall’incertezza sulla riapertura effettiva dello Stretto di Hormuz, i produttori petroliferi statunitensi festeggiano un boom dell’export. Non così i consumatori, che pagano il prezzo di una nuova fiammata dell’inflazione: a marzo i prezzi al consumo sono saliti mese su mese del 3,3%, (+0,9% su base mensile) per effetto di prezzi dell’energia schizzati del 12,5% rispetto al +0,5% di febbraio. Il costo della benzina salito del 18,9%, quello del gasolio da riscaldamento del 44,2%.
Secondo stime della società di monitoraggio Kpler riportate dal Sole 24 Ore le esportazioni di greggio degli Stati Uniti sono però avviate a crescere in aprile fino a 5,2 milioni di barili al giorno, dai 3,9 milioni di marzo e rispetto a una media di circa 4 milioni nel 2025 (anno in cui erano persino calate del 3% secondo il Dipartimento dell’Energia Usa). Se confermato, si tratterebbe di un balzo del 30%. Nonostante prezzi superiori di 30-40 dollari rispetto alla media di mercato. È l’effetto della della riorganizzazione forzata dei flussi globali, plasticamente dimostrato dal fatto che ben 68 petroliere vuote sono in viaggio verso gli Stati Uniti per caricare, contro le 24 in mare a fine febbraio prima degli attacchi all’Iran. Circa la metà dei volumi – 2,5 milioni di barili al giorno, +82% su base mensile – è diretta infatti verso l’Asia, la regione più colpita dal crollo delle forniture dal Golfo Persico. Le spedizioni di greggio dalla regione sono scese da 15 a 7 milioni di barili al giorno mentre la produzione è scesa di 11 milioni.













