Chiedo scusa, ma fino a che l’indotto politico-economico che beneficia della produzione di giorni di fuffa sull’analisi del voto dopo ogni elezione o referendum continuerà a riempire noiosamente il nostro tempo, io noiosamente continuerò a ricordare questi elementi di realtà.

Quello che ha fatto vincere il “no”, o che ha fatto perdere il “sì”, sono quattro persone su cento che hanno votato “no”. Siccome il referendum è un sistema maggioritario per definizione, chi supera di un voto la metà dei votanti ha vinto, ed è giusto così. Ma applicare il maggioritario anche all’analisi della realtà (“il maggioritario del pensiero“, lo chiamammo) è ridicolmente sventato: là fuori ci sono 46 persone su 100 che restano favorevoli alla riforma, e 54 che invece si sono dette contrarie (46,3 e 53,7, le percentuali). L’Italia non ha detto “no” – formula da titolisti pigri -, ha detto per poco più di metà “no” e per quasi metà “sì”. E sarebbero bastate quattro persone su cento (ovvero più di 3 persone virgola 7, a essere statisticamente precisi) a farci trovare oggi a discutere simmetricamente delle ragioni della vittoria del “sì” (una, due, tre, quattro: e altre novantasei che potevano restare della propria opinione).