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Ultimo aggiornamento: 17:28
di Giuseppe Castro
A valle dell’insperata vittoria del No al referendum costituzionale del 22 e 23 marzo, resta un dato politico difficilmente contestabile: senza il sostegno involontario della maggioranza e dei più autorevoli rappresentanti del Sì, il No con ogni probabilità non ce l’avrebbe fatta.
I disastri della maggioranza nel sostenere il Sì al referendum sono stati molti, e spesso imbarazzanti. Il fronte del Sì ha oscillato di continuo tra due registri incompatibili: da una parte la promessa di una riforma razionale dell’ordinamento giudiziario, dall’altra una retorica da resa dei conti con le toghe “rosse”. Toni spesso patetici e sopra le righe che hanno finito per rafforzare la narrazione del No in difesa dell’indipendenza della magistratura. Se da un lato Meloni e Nordio cercavano di rassicurare gli elettori, sostenendo che la riforma non servisse a liberarsi dei magistrati, dall’altro la macchina della maggioranza continuava a battere sui soliti argomenti: la magistratura “politicizzata”, i giudici che impedirebbero di governare, casi mediatici (Garlasco, la famiglia nel bosco) usati come clava propagandistiche, ed infine tutta una serie di spot che di fatto offendevano l’intelligenza dell’elettorato e che suggerivano un rapporto diretto tra referendum e casi di criminalità o immigrazione che la riforma, in realtà, non disciplinava. Il risultato è stato un corto circuito mediatico che ha spinto gli elettori verso il No con un’efficacia superiore a qualunque sforzo dell’opposizione.







