Nel terribile quadro della guerra mondiale “a pezzi”, profetizzato da Papa Francesco, è iniziato in Iran un “pezzo” molto pericoloso e gravido di conseguenze. Non tanto per il confronto militare, dato che la superiorità di Israele è fuori discussione e l'offensiva contro Teheran è stata preparata per anni, in modo sistemico e minuzioso. Un'azione militare che attendeva solo il semaforo verde americano per essere messa in atto.

Posso darne testimonianza diretta ricordando l'incontro bilaterale fra Italia e Israele avvenuto nel lontano 2007. Con l'allora primo ministro israeliano Olmert esaminavamo con amicizia e diligenza tutti i passi necessari per rendere possibile una convivenza tollerabile fra gli ebrei e palestinesi. Con Benjamin Netanyahu, allora capo dell'opposizione, il colloquio è stato invece molto più semplice. Chiedeva all'Italia un'unica cosa: fare pressione sul presidente americano GW Bush perché autorizzasse Israele a bombardare Teheran.

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Oggi Netanyahu ha raggiunto il suo obiettivo. L'unica incognita è quanto tempo dureranno i bombardamenti e se questi saranno sufficienti per piegare il regime iraniano. Il cambiamento può essere infatti garantito solo con l’invio di truppe di terra che né gli israeliani né gli americani possono e vogliono mettere in atto. In Iran abbiamo infatti un regime che, pur in presenza di ripetute rivolte popolari, è rimasto indiscusso padrone del paese per quarantasette anni e tuttora controlla con estrema durezza la vita di ogni cittadino. Certamente l’uccisione della Guida Suprema, attuata con un’operazione di incredibile dimostrazione di efficienza, apre un problema di successione che, dopo un possibile periodo di instabilità e di incertezza, potrebbe andare in porto. Non si tiene però presente che non è stato ucciso un semplice leader politico, ma la suprema autorità religiosa di 70milioni di Sciiti iraniani. A tutte queste difficoltà si aggiunge il fatto che in Iran non esistono forze di opposizione organizzate e nemmeno un possibile leader di opposizione. Ben difficilmente gli Stati Uniti potranno quindi decidere la successione, come è avvenuto in Venezuela e come lo stesso Trump ha dichiarato di voler fare.