Come se la passa l’Iran? Il New York Times ha definito «avventata» l’operazione condotta da Trump e Netanyahu contro Teheran. Lo scorso 14 gennaio in un editoriale etichettava però come «imperdonabile» la condotta del regime in economia. I dati della Banca Mondiale sono implacabili. Al momento della rivoluzione islamica il reddito pro capite aggiustato per l’inflazione era 7.500 dollari; al di sopra dei quasi 6mila della media mondiale. Oggi che questa è raddoppiata a quasi 12.500 dollari, il reddito iraniano è fermo a circa 6mila. Addirittura sceso. L’economista spagnolo Daniel Fernandez Mendez argomenta che qualora l’Iran avesse mantenuto il tasso tendenziale di crescita avuto dal 1950 al 1975 - da quando cioè sono iniziate le rivolte islamiche - oggi avrebbe un reddito pro capite pari a quello della Spagna contro meno della metà di oggi. Il calcolo è effettuato in dollari PPA; tiene cioè conto del diverso prezzo di un dato paniere di beni. Nel 1978 i dati del Fmi ci dicono che l’Iran aveva l’economia più forte del Medio Oriente. Oggi ha un Pil che è un quarto di quello turco ed un terzo di quello dell’Arabia Saudita che in tutti questi decenni ha tutt’altro che brillato quanto a performance. Altrettanto implacabile il confronto con gli altri Paesi del Golfo. Le rilevazioni del Fmi allo scorso ottobre ci dicono che il reddito pro capite iraniano è il più basso del Golfo: guida il Qatar con 70mila dollari, seguono gli Emirati con 50mila, poi l’Arabia con 35mila, quindi il Kuwait con 30mila ed infine l’Iran con meno di 5mila dollari. Stiamo parlando di Pil espresso a valore nominale. Emblematico il confronto con il nemico giurato Israele.