A dar retta a stampa eopinionisti italiani il giorno dopo l’annuncio della tregua, l’Iran avrebbe vinto. Sembra il day after delle elezioni, quando chi ha perso si sforza di convincere tutti del contrario. Ma che oggi lo sconfitto sia Donald Trump è solo ciò che Teheran cerca di fare credere a tutti. Basta infatti leggere un quotidiano trumpiano nemmeno per carità di patria come The New York Times, dove l’opinionista Bret Stephens spiega che «il vantaggio iraniano è un’illusione». La leadership persiana e i suoi apparati militari sono infatti ridotti a un lumicino, le sue infrastrutture decisamente piegate.
A livello diplomatico, le sventagliate disperate di missili e droni lanciati per rappresaglia contro Arabia Saudita ed Emirati Arabi (e Oman) hanno prodotto soltanto il congelamento del tentativo quatto quatto di quei Paesi di prendere le distanze da Washington e Gerusalemme per via di Gaza. E questa eterogenesi dei fini sperati da Teheran rischia adesso persino di riportare l’orologio della storia agli Accordi di Abramo, ovvero a quel riavvicinamento delle capitali arabe a Gerusalemme che l’Iran ha cercato in tutti i modi di impedire attraverso l’eccidio del Sette Ottobre perpetrato dai suoi proxy di Hamas, decimati pure loro. Si dice che sia la stretta sul canale di Hormuz a dimostrare la vittoria iraniana, ma in realtà quella strategia a singhiozzo, quasi timida, rischia di trasformarsi in un altro colossale boomerang per gli ayatollah.












