«Si tratta di una mossa disperata, come la chiusura dello Stretto di Hormuz: un ricatto a cui tutti erano preparati. Stanno colpendo tutto ciò che riescono; hanno colpito addirittura il Qatar, con cui hanno da sempre ottimi rapporti. Cercano di fermare Trump attraverso la pressione che potrebbero esercitare i Paesi arabi nei suoi confronti, per mettere fine al conflitto quanto prima. Gli Emirati, poi, sono gli unici totalmente schierati e filo-occidentali da tutti i punti di vista, sono anche i più anti-ayatollah. Sono anche un simbolo arabo-occidentale».

Pezeshkian, attuale Presidente dell’Iran, ha parlato di attacco all’Islam e ha chiamato tutti alla rivolta: funzionerà?

«Un altro tentativo disperato di cercare aiuto e consenso tra i musulmani radicali. Spera di unire gli sciiti e di aizzare qualche gruppo terroristico in Europa e in Occidente per generare destabilizzazione e aumentare la pressione verso di noi. Pochi gli daranno retta, ma qualche attentato anche in Europa potrebbe capitare».

Il nuovo modello americano per i «regime change» è quello del Venezuela: potrebbe funzionare per l’Iran?

«Qualcosa di simile potrebbe funzionare, ma è più complesso in questo caso. Sicuramente questo modello evita il caos e l’instabilità, che USA e Israele non vogliono. La transizione potrebbe iniziare con un accordo con qualche gruppo di potere, soprattutto tra i militari, che potrebbero guidarla fino a un referendum e alla chiamata di Reza Pahlavi in patria. È ancora presto per dirlo, ma le basi ci sono».