Mentre in Iran continuano gli attacchi israeliani e in Israele non si ferma la pioggia di missili lanciati dagli ayatollah, la diplomazia è al lavoro per evitare che l’incendio dilaghi in tutto il Medio Oriente. Il tempo stringe e lo sanno tanto a Teheran quanto nelle cancellerie di tutto il mondo. Da Washington, Donald Trump appare sempre convinto della possibilità di colpire gli impianti nucleari iraniani costringendo la Guida Suprema, Ali Khamenei, alla resa, una volta che sarà completamente azzerata tutta l’infrastruttura del regime. Ma il premier israeliano Benjamin Netanyahu anche ieri è stato chiaro: la distruzione del programma atomico iraniano non dipende dalle mosse di The Donald e dalla possibilità che le forze Usa siano coinvolte nel conflitto. «Lui farà ciò che è meglio per gli Stati Uniti e io farò ciò che è meglio per Israele», ha detto Netanyahu a Kan Tv. Lo stesso tycoon ha ammesso che «è difficile chiedere a Israele di fermare gli attacchi» ribadendo che due settimane rappresentano il tempo massimo per prendere una decisione.

La speranza ora passa soprattutto da una possibile mossa distensiva di Teheran. E dopo i misteriosi voli di Stato partiti dalla Repubblica islamica in direzione dell’Oman, i colloqui di ieri a Ginevra tra Iran, Francia, Germania e Regno Unito servivano a sondare il terreno. Il ministro degli Esteri francese, Jean-Noel Barrot, ha detto che il suo omologo iraniano, Abbas Araghchi, ha mostrato una certa «disponibilità a proseguire le discussioni sul programma nucleare e, più in generale, su tutte le questioni». Per Parigi, una soluzione militare semplicemente «non esiste». E mentre il capo della diplomazia tedesca, Johann Wadephul, ha confermato che Teheran è sembrata «sostanzialmente pronta a proseguire le discussioni», Barrot ha rincarato la dose: «Ci aspettiamo che l’Iran sia aperto al dialogo, anche con gli Stati Uniti, per raggiungere una soluzione negoziata a questa situazione di crisi». La linea dell’apertura (seppure timida) è stata confermata dallo stesso Araghchi, che ha detto che il suo governo è favorevole a proseguire il dialogo con questi tre Stati, quelli del cosiddetto formato E3, e con l’Unione europea ma solo «una volta cessata l’aggressione israeliana». Un punto su cui era stato chiaro anche il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian che ieri ha detto che «nelle circostanze attuali l'unico modo per porre fine alla guerra è attraverso la cessazione incondizionata dell'aggressione nemica». Ma Majid Farahani, funzionario della presidenza iraniana, sul tema dell’arricchimento dell’uranio è apparso netto: «Forse può essere più basso, ma non lo fermeremo».