Una guerra che deve finire il prima possibile. È questo il messaggio che Donald Trump ha consegnato al mondo dopo un mese dal primo attacco contro Teheran. Ma dalla Repubblica islamica, non arrivano segnali di cedimento. Missili e droni continuano a piovere su Israele e sulle monarchie del Golfo. Sullo Stretto di Hormuz, Teheran non fa passi indietro. E l’intelligence Usa teme che ormai anche sul negoziato sarà un muro contro muro.
Per il presidente degli Stati Uniti, però, gli obiettivi del conflitto sono ormai raggiunti. «Le nostre forze armate hanno ottenuto vittorie rapide, decisive e schiaccianti», ha affermato Trump, che ha avvertito che gli iraniani saranno colpiti «molto duramente nelle prossime due o tre settimane». «Li riporteremo all'età della pietra, a cui appartengono» ha tuonato il tycoon, secondo cui Teheran non rappresenta più una minaccia e il cambio di regime già è avvenuto con l’uccisione dei vari leader.
Ma come spesso accaduto in questo mese, le frasi di Trump non hanno fornito un’indicazione precisa sul percorso della Casa Bianca. Poche ore dopo il discorso, the Donald ha aperto alla possibilità di un accordo. E in un post sul suo social Truth, ha pubblicato un video della distruzione del ponte che collega la città di Karaj a Teheran dicendo che «è tempo che l'Iran raggiunga un accordo prima che sia troppo tardi e prima che non resti più nulla di quello che potrebbe ancora diventare un grande Paese».













