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9 MARZO 2026

Ultimo aggiornamento: 18:12

Lunedì scorso i dati Istat sull’andamento della crescita e dell’indebitamento nel 2025 avevano smentito le previsioni del governo, allontanando l’uscita dell’Italia dalla procedura di infrazione per disavanzo eccessivo. Oggi, passati dieci giorni dall’avvio dell’operazione militare di Israele e Stati Uniti contro l’Iran che ha causato un’escalation di cui non si vede la fine, Palazzo Chigi e il ministero dell’Economia iniziano a temere che l’impennata dei prezzi del petrolio – oltre a richiedere misure immediate come l’attivazione dell’accisa mobile – faccia saltare anche tutte le stime per l’anno in corso inserite nell’ultimo Documento programmatico di finanza pubblica lo scorso ottobre. A partire da quelle sulla crescita del pil, indicata da Giorgia Meloni durante la conferenza stampa di inizio anno come “grande focus” del 2026.

Il Dpfp aveva fissato l’asticella a +0,7% per quest’anno, progresso che piazzerebbe la Penisola al penultimo posto nell’Unione stando alle previsioni della Commissione Ue. Ma quell’espansione già risicata era costruita sull’ipotesi di prezzi energetici tendenti al ribasso e molto inferiori rispetto a quelli che si stanno materializzando sui mercati. Nel documento via XX Settembre stimava per il 2025 un prezzo medio del Brent a 66,1 dollari al barile, mentre oggi i future viaggiano stabilmente sopra i 100 dollari. Anche le previsioni sul gas appaiono superate: il Dpfp indicava un prezzo medio di , mentre sul Ttf di Amsterdam ora sfiora i 60 euro. Il Dpfp ipotizzava anche uno scenario di rischio con prezzi più alti. Ma anche in quel caso le quotazioni del greggio venivano stimate a circa 76 dollari al barile nel 2026 e nel 2027, livelli molto inferiori alle quotazioni attuali.