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Ultimo aggiornamento: 8:47
Alla quinta settimana di guerra con l’Iran, i principali indicatori economici globali dicono che il conflitto scatenato da Stati Uniti e Israele sta precipitando l’economia mondiale in una crisi sistemica che potrebbe tradursi in una stagflazione globale. Ovvero un mix di inflazione elevata e crescita stagnante che mette all’angolo governi e banche centrali, perché le politiche solitamente adottate per contenere i prezzi tendono a deprimere ulteriormente l’attività economica – peggiorando la situazione – e viceversa.
Il fatto è che in caso di rapida chiusura delle ostilità il boom dei prezzi dell’energia avrebbe potuto restare uno choc geopolitico circoscritto. Ma ora, con il blocco prolungato dello stretto di Hormuz che innesca continui rialzi delle quotazioni al netto dei ritracciamenti determinati dalle giravolte di Donald Trump, i mercati stanno prezzando uno scenario molto diverso. Quello in cui la crisi energetica “più grave della storia” (parola dell’Agenzia internazionale dell’energia) si trasmette pesantemente all’economia reale e alle condizioni finanziarie globali.
Intanto stiamo arrivando alla fase in cui i combustibili non solo sono un salasso, ma scarseggiano. Non a caso tra analisti e istituzioni il dibattito si è spostato sulla necessità di “distruggere domanda” per riequilibrare un’offerta sempre più scarsa. “La crisi non sarà di breve durata. Anche se ci fosse la pace domani, non potremmo tornare alla normalità in un futuro prossimo”, ha avvertito martedì il commissario Ue all’Energia Dan Jorgensen.






