Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano

Ultimo aggiornamento: 9:54

La guerra in Iran e la chiusura dello stretto di Hormuz mandano in tilt il prezzo del petrolio e le Borse asiatiche. Nella notte tra domenica e lunedì il greggio è schizzato a oltre 130 dollari al barile, spingendo – come riporta il Financial Times – i Paesi del G7 a muoversi con una mossa di emergenza che dovrebbe essere ufficializzata in giornata. Sarebbero pronti a discutere in una riunione alle 14.30, ora italiana, il rilascio comune e coordinato delle riserve strategiche. La decisione, già presa in passato dopo l’invasione dell’Ucraina, coinvolgerebbe anche l’Agenzia internazionale per l’energia.

Secondo il quotidiano tre Paesi, fra cui gli Stati Uniti, sarebbero già d’accordo con la decisione: Washington in particolare sarebbe orientata per un rilascio comune di una quantità fra ai 300 e i 400 milioni di barili, circa il 25-30% del totale delle riserve. La mossa è stata presa in passato solo cinque volte: due volte dopo l’invasione dell’Ucraina, una durante la prima guerra del Golfo, poi a seguito dell’uragano Katrina e dopo il blocco della produzione in Libia. Il solo annuncio ha permesso al prezzo del greggio di ripiegare dai massimi toccati nella notte, rimanendo comunque stabilmente sopra la soglia dei 100 dollari. Il Wti del Texas sale del 15% intorno ai 105 dollari al barile mentre il Brent del Mare del Nord avanza del 17% avvicinando i 110 dollari. Le stime di Goldman Sachs indicano nell’Iran una produzione di 3,5 milioni di barili al giorno e 0,8 di condensato, il 4% della produzione mondiale, di cui la metà circa destinata all’export.