Non se la sono sentita di partire alla volta di Bolzano con quella custodia hi-tech. Non ce l’hanno fatta a compiere una missione tanto delicata con uno strumento per il quale non si sentivano pienamente formati. Un retroscena da brividi dietro la storia del trapianto del cuore bruciato dal ghiaccio secco. Stando a quanto sta emergendo dalle indagini, l’equipe napoletana sarebbe partita alla volta di Bolzano con un recipiente artigianale, pur essendoci nella dotazione dell’ospedale napoletano uno strumento di ultima generazione.
Motivo? Possibili incertezze legate alla formazione, all’uso del congegno che disciplina il trasporto a una temperatura particolarmente bassa. Più nello specifico, da oltre due anni al Monaldi c’era una custodia termica funzionante, di quelle che non necessitano dell’applicazione del ghiaccio esterno o interno, che garantiscono temperature basse per la conservazione degli organi, con tanto di termometro a vista. Un apparecchio che c’era ma che non è stato usato. Ed è stato questo probabilmente il primo passo di una vicenda drammatica, che tiene in apprensione un’intera comunità. Un retroscena che emerge dalle indagini condotte dal Nas sul bimbo al quale è stato trapiantato un cuore non sano: ci sono almeno due testimonianze agli atti che confermano un dato destinato al vaglio degli inquirenti, a proposito della decisione di affidarsi a un recipiente artigianale. Sulle prime, si era pensato che il Monaldi fosse sprovvisto di un box adeguato. Ma le indagini vanno in un’altra direzione: la custodia termica c’era ma non è stata reperita, non è stata utilizzata. Per un gap formativo, secondo l’ipotesi al vaglio degli inquirenti.















