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19 FEBBRAIO 2026

Ultimo aggiornamento: 10:36

“All’apertura del contenitore termico risultava impossibile estrarre il secchiello contenente il cuore, completamente inglobato in un blocco di ghiaccio”. Bastano solo queste poche righe della relazione dei medici dell’ospedale Monaldi di Napoli, inviata dal ministero della Salute, per capire quale è stata la catastrofe medica che si è dispiegata in quella sala operatoria sul cui lettino c’era il corpicino del bimbo di 2 anni e 4 mesi, ora in fin di vita. La relazione – riportata da Repubblica – è di fatto la cronaca di un disastro medico e comunicativo. Questo perché il primario di cardiochirurgia, Guido Oppido, all’apertura del box (come riportato dal fattoQuotidiano) aveva già rimosso il cuore malato del bambino, affetto da una cardiomiopatia dilatativa che però gli permetteva di avere una vita “quasi” normale. Nessuno gli avrebbe dato il via libera a procedere con l’espianto dell’organo del piccolo, ma avrebbe recepito l’assenso.

Secondo i responsabili del rischio clinico aziendale, il primo snodo critico riguarda “la scelta di un contenitore datato” per il trasporto dell’organo. Un elemento che colpisce, perché al Monaldi è disponibile dal 2023 un sistema più avanzato per la conservazione. “La sala operatoria per i trapianti — scrive l’azienda — ne ha in dotazione almeno due. A maggior tutela, in Farmacia c’è n’è sempre almeno un altro”. Il problema, però, emerge dagli audit: “…. l’équipe avrebbe dichiarato di non essere a conoscenza di tale disponibilità“. In un confronto successivo, la direttrice dell’ospedale, Anna Iervolino, chiede ai professionisti se davvero ignorassero la presenza di quei dispositivi. Non arriva alcuna risposta. Risulta inoltre che i medici erano stati invitati via mail a una formazione specifica, che non si è mai svolta. Va precisato che, secondo la ricostruzione, anche un contenitore meno moderno avrebbe potuto garantire una corretta conservazione, purché utilizzato adeguatamente. Ed è qui che si inserisce il secondo passaggio della vicenda. Eppure l’ospedale napoletano è considerato un’eccellenza con una sopravvivenza del 90% a un anno dall’intervento.