Franco Bevilacqua è “l’ultimo dei Mohicani”. Testimone del varo di questo giornale, salpato cinquant’anni fa. C’è una foto che Eugenio Scalfari volle scattare nella tipografia della prima sede di Repubblica in piazza dell’Indipendenza che fissa quel tempo: “Le rotative erano state piazzate nei piani interrati perché il peso del piombo e delle bobine di carta avrebbero fatto crollare i solai”, e Bevilacqua, responsabile del settore grafico, insieme al fondatore e ad alcuni colleghi delle rotative con in mano un bicchiere di carta, brindano gioiosi all’inizio dell’avventura.
Sandro Viola, Rolando Montesperelli, Giorgio Forattini, Mario Pirani, Giorgio Signorini, Franco Bevilacqua, Eugenio Scalfari, Fausto De Luca, Andrea Barbato, Amedeo Massari, Gianni Rocca e Gianluigi Melega intorno al direttore con il nuovo giornale nella tipografia di piazza dell'Indipendenza il 5 dicembre 1975
Classe 1937, lo incontriamo nel suo studio nel rione Testaccio. Un loft con i soffitti alti a mattoncini, tanti punti luce che scaldano disegni e quadri che crea anche con materiali di scarto. Una botola di vetro all’ingresso che copre un montacarichi, “sotto ho allestito il laboratorio. Lì sporco e faccio rumore”. Un lungo tavolo di legno scuro al centro della stanza ricoperto di idee e lavoro. “Per l’ultimo progetto che sto sviluppando ho bisogno di colori “terrosi”. Quei mattoncini di acquerelli inglesi che costano un patrimonio non vanno bene. Meglio questi che ho preso in un negozio di cinesi”.














