“Un nuovo quotidiano, in tempi come questi? Di uno che decida di fondare ora un giornale nazionale si può dire solo che è un pazzo o un genio”. All’annuncio ufficiale della nascita di Repubblica, il cronista non riesce a trattenere più di una perplessità. Ma di fronte a un “rivoluzionario della carta stampata”, fondatore dell’Espresso e autore di uno dei più clamorosi bestseller della stagione, Razza Padrona, l’ipotesi della follia viene scartata: siamo in presenza “del più importante evento editoriale dell’anno”.
Alla conferenza stampa di presentazione del nuovo giornale – il 7 ottobre del 1975 – Eugenio Scalfari si presenta con un abito chiaro, perfettamente intonato alla bella barba ancora sale e pepe. Ha 51 anni, e le idee chiare. E più di tutti conosce i rischi dell’impresa. “La parte diabolica di questo progetto è che può essere un fallimento e allora vuol dire che abbiamo sbagliato”, dichiara ai giornalisti. “Ma può essere anche l’innesco di una bomba. E allora sarà un terremoto”. Se dopo cinquant’anni siamo qui a parlarne, sulle colonne dello stesso giornale, è perché la deflagrazione vi è stata, e pure con effetti duraturi.
Sandro Viola, Rolando Montesperelli, Giorgio Forattini, Mario Pirani, Giorgio Signorini, Franco Bevilacqua, Eugenio Scalfari, Fausto De Luca, Andrea Barbato, Amedeo Massari, Gianni Rocca e Gianluigi Melega intorno al direttore con il nuovo giornale nella tipografia di piazza dell'Indipendenza il 5 dicembre 1975










