La campagna (quella per il no al referendum sulla giustizia promossa dall’Anm, ossia dall’Associazione nazionale dei magistrati) è cominciata ufficialmente con quei manifesti che hanno tappezzato le principali stazioni ferroviarie d’Italia. «Vorresti giudici che dipendono dalla politica? Vota no»: cartelloni enormi, pure spazi a pagamento acquistati sui maxischermi, uno spot tra l’altro «truffaldino e vergognoso» (cit. Gian Domenico Caiazza che, avvocato penalista ed ex presidente dell’Unione delle camere penali, è uno che non le manda a dire ma che è sempre preciso e puntuale nei suoi interventi).
Epperò il punto, adesso, non è solo entrare nel merito di una comunicazione che qualche scivolone ce l’ha pure (ha ragione Caiazza: l’autonomia e l’indipendenza delle toghe, garantite entrambe dalla Costituzione, non sono in discussione né verranno toccate dal nuovo corso di legge), il punto è che qualcuno, questa pubblicità, la finanza e la sovvenziona. Parliamoci chiaro, mica costa poco.
A settembre dell’anno scorso, il Comitato direttivo centrale del sindacato dei magistrati ha deliberato una spesa di 500mila euro per coprire gli esborsi di questa campagna: 500mila euro non sono bruscolini, sono mezzo milione di euro, e d’accordo che di recente la quota di iscrizione all’Anm è cresciuta del 50% (era di 120 euro annui ed è salita a 180, incrementando le casse dell’associazione proprio di 550mila euro, dato che i soci sono 9.149), ma il mondo della pubblicità ha lo scontrino salato, richiede un sacco di denaro, specie se la vetrina richiesta è quella nazionale e i mesi da coprire sono ancora parecchi, almeno un paio. Così si vocifera che proprio l’Anm sia pronta a raddoppiare la posta. Quantomeno a cacciare di tasca propria qualche altro centinaio di euro: obiettivo, vincere la corsa alle urne referendarie della prossima primavera costi (letteralmente) quel che costi.












