C’era una volta l’autunno del rating. Mentre ora si discute, con un po’ di apprensione, del caso Garofani, alla fine del 2023 tifare per lo «scossone provvidenziale» non era qualcosa da nascondere. Anzi. I giornali di sinistra aprivano con titoli a tutta pagina sul cataclisma in arrivo e in molti tra le opposizioni ci credevano davvero. I mercati, si pensava, spazzeranno via in fretta l’improvvisata armata Brancaleone di fascistelli che ha occupato abusivamente Palazzo Chigi. Le cose, come sappiamo, sono andate diversamente.
Dopo le iniziali conferme miste a giudizi positivi sul futuro, lo spread è crollato da 240 a 70 punti (ai minimi dal 2010) e sono iniziate a fioccare le promozioni vere. Lo scorso aprile quella di S&P da BBB a BBB+, a settembre quella di Fitch da BBB a BBB+, ad ottobre quelle di Dbrs ad 'A (low)' e di Scope che ha alzato a positivo l'outlook sulla valutazione di BBB+. Finché venerdì, dopo 23 anni, è arrivato pure il verdetto positivo di Moody’s, che contravvenendo per la prima volta alle sue regole, a meno di un annodi distanza dal miglioramento dell’outlook, venerdì ha deciso di portare il rating da Baa3 a Baa2. Una decisione apprezzata a caldo da Giancarlo Giorgetti e commentata ieri anche da Giorgia Meloni: «Questo riconoscimento premia il lavoro serio e responsabile del nostro governo, frutto di scelte coerenti sui conti e di riforme strutturali, ma anche il lavoro e l’impegno delle nostre imprese e dei nostri lavoratori».















