Le guerre costano. In risorse economiche e, capitolo ancor più drammatico, in vite umane. Per portarle avanti è indispensabile il consenso politico, ma anche quello sociale. Soprattutto quando si trascinano e non raggiungono gli obiettivi prefissati.
Molti israeliani non hanno mai nascosto la loro avversione per Benjamin Netanyahu, un primo ministro già ampiamente criticato prima della guerra per i suoi guai giudiziari (l’accusa è di corruzione) e i colpi di mano alle istituzioni democratiche (come la controversa riforma alla Corte suprema del 2023). Nei giorni seguenti al 7 ottobre buona parte degli elettori israeliani lo hanno ritenuto corresponsabile del fallimento dell’intelligence nel prevenire il massacro. Eppure, pur non sostenendo il premier, gran parte della popolazione ha ritenuto che Hamas dovesse essere reso inoffensivo, che la risposta militare era doverosa. Perfino diversi kibbutzim, tradizionalmente di sinistra e pacifisti, parlavano di una guerra necessaria.
Negli ultimi sei mesi le cose sono cambiate. Drasticamente. Il sostegno alla prosecuzione della guerra si è eroso. Hanno prevalso la stanchezza e la paura di non veder più gli ostaggi ancora in mano ad Hamas (50, di cui circa 20 ancora in vita) tornare a casa. Ormai più di due israeliani su tre sono favorevoli alla fine della guerra in cambio della liberazione di tutti gli ostaggi.














