Poche altre volte, forse mai nella storia recente di Israele, un’offensiva militare di terra così imponente e così importante – considerando la vita di 22 ostaggi in gioco – è apparsa sin da subito caotica, disordinata, senza obiettivi chiari e, soprattutto, senza una strategia per gestire una complicatissima situazione post conflitto.
A meno che il premier israeliano Bibi Netanyahu non abbia voluto serbare per sé obiettivi e strategie, tenendo all’oscuro perfino l’esercito, le grandi operazioni militari avviate nella notte tra lunedì 15 e martedì 16 settembre rischiano di avere una serie di effetti collaterali gravissimi: la vita dei 22 ostaggi sopravvissuti non è mai stata così a rischio. Probabile, anzi più che probabile, che Hamas li usi come scudi umani se non avesse vie di uscita.
Ammesso e non concesso che conquistare Gaza City significhi mettere la parola fine a questa guerra - cosa ancora tutta da dimostrare - non è ancora chiaro che cosa sarà del dopo Hamas.
Una spiacevole conseguenza dell’attuale offensiva non si potrà eludere: occorrerà governare militarmente la Striscia per un periodo di tempo indeterminato, e con un certo, altrettanto indeterminato, numero di militari caduti a seguito di un’altrettanta inevitabile guerriglia mordi e fuggi.











