Da un paio di settimane, quasi all’unisono, autorevoli voci hanno iniziato a pronunciare parole finora proibite nel dibattito pubblico su Israele. A livello internazionale, sono comparsi editoriali – anche su media mainstream – e hanno trovato più spazio commenti che definiscono genocidio quello in corso a Gaza. Anche molti politici in diversi contesti si sono espressi utilizzando termini di una nettezza sinora inaudita. Lo stesso è avvenuto in Italia, sui giornali, nelle televisioni, alla radio, nelle aule della politica e in eventi culturali vari. A seguito di quanto avvenuto mercoledì a Jenin, quando l’esercito israeliano ha aperto il fuoco in concomitanza con il passaggio di una delegazione di diplomatici europei, le prime pagine erano tutte su questo e le dichiarazioni di condanna sono state unanimi.
In ogni caso è chiaro che questi giorni segnano un cambio di passo; alle parole si sono affiancate alcune prime iniziative concrete, non solo politiche ma anche giuridiche. A livello europeo è stato finalmente deciso l’avvio della revisione dell’accordo di associazione con Israele, sebbene con il voto contrario del nostro paese (come pure della Germania e di pochi altri), e iniziative simili sono state annunciate da singoli governi, tra cui quello inglese, per la sospensione dell’analogo accordo di libero scambio con Israele. In Spagna, il Parlamento ha passato una legge che blocca l’export di armi a Israele. Ancora in Gran Bretagna, dove la pressione dell’opinione pubblica si sta facendo sentire forse più forte che altrove, sono state varate sanzioni nei confronti di singoli coloni, tra cui l’ormai nota Daniella Weiss, che compare nel recente documentario della Bbc «The Settlers», che ha scioccato tanti per la sfacciataggine con cui, davanti alla telecamera, spiega i loro piani illegali per conquistare una terra che loro non appartiene.







