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Ultimo aggiornamento: 7:45
di Giacomo Gabellini
L’Operazione Midnight sferrata dagli Stati Uniti contro gli impianti nucleari iraniani ha prodotto risultati di grande rilievo. L’azione, anticipata con largo anticipo da Washington a Teheran, avrebbe secondo la direttrice della National Intelligence Tulsi Gabbard “devastato i siti nucleari iraniani”, sebbene un’analisi della Defense Intelligence Agency e le stesse esternazioni formulate dal vicepresidente JD Vance suggeriscano un impatto di gran lunga più contenuto.
È, in altri termini, alquanto improbabile che l’impatto reale degli attacchi statunitensi contro gli impianti iraniani trovi preciso riscontro nella narrazione confezionata ad arte da Washington. Cionondimeno, la “verità politica” di cui l’amministrazione Trump ha tratteggiato i contorni si è rivelata funzionale a interrompere quantomeno in via provvisoria un conflitto che stava prendendo una piega decisamente sfavorevole a Israele. Paese, quest’ultimo, condannato a ricercare successi militari in tempi estremamente brevi dalle sue peculiari specificità: ridotte dimensioni geografiche; una struttura demografica relativamente esigua, disomogenea (10 milioni di abitanti, di cui oltre 2 milioni di etnia araba) e concentrata in pochi centri urbani; un’economia votata alla modernizzazione tecnologica ma altamente terziarizzata e dipendente dalle importazioni.
















