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5 MARZO 2026
Ultimo aggiornamento: 8:06
Cinquemila ordigni in 4 giorni di guerra, prevalentemente sul centro e sull’ovest del Paese. È il volume di fuoco erogato dalle Israel Defense Forces sull’Iran dall’inizio delle “major combat operations”, come le ha definite Donald Trump, il 28 febbraio. Nelle aree del sud, invece, ha operato lo United States Central Command in base alla ripartizione delle aree di azione di “Epic Fury” frutto della pianificazione condotta negli ultimi mesi sull’asse Washington-Tel Aviv. Il lavoro, coordinato tramite i contatti quotidiani tra Eyal Zamir, capo di stato maggiore delle Idf, e Brad Cooper, capo del CENTCOM a stelle e strisce, è ripartito tra le due sponde dell’alleanza in base a tre criteri principali: geografia, tipologia di obiettivo e vantaggio relativo.
Dal punto di vista geografico, hanno lasciato trapelare fonti dell’esercito di Tel Aviv, la Israeli Air Force ha operato contro basi, lanciatori e altre risorse militari nell’Iran occidentale e centrale, usati per scagliare i missili a lungo raggio contro Israele. Nel frattempo, l’esercito americano ha colpito 1.700 obiettivi nel meridione: radar di scoperta, infrastrutture logistiche e siti di lancio da dove partono gli ordigni a corto raggio che colpiscono le basi statunitensi nel Golfo Persico. “In questi primi giorni le US Joint Forces hanno continuato ad attaccare le capacità missilistiche e difensive iraniane lungo il confine meridionale”, ha confermato il capo degli Stati maggiori congiunti americani, Dan Caine, in conferenza stampa al Pentagono con il segretario alla Difesa Pete Hegseth, illustrando le operazioni su una cartina.












