Il problema è che adesso il tempo corre più velocemente dei ricorsi. Il 29 novembre è scritto sul calendario, la macchina del referendum è stata avviata e la sentenza del Tar Calabria non ha cancellato nulla. Ha soltanto – ma non è poco – spostato il campo della battaglia. I giudici amministrativi non hanno stabilito che la Regione abbia torto nel merito. Non hanno neppure certificato definitivamente la legittimità del referendum. Hanno detto un’altra cosa: questa controversia non spetta al Tar.

Secondo il Tribunale, nell’iter referendario vengono in rilievo posizioni di diritto soggettivo pubblico e non l’esercizio di un potere amministrativo. Per questo il giudice competente è quello ordinario e il ricorso della Regione è stato dichiarato inammissibile per difetto di giurisdizione, lasciando aperta la possibilità di riproporre l’azione davanti alla magistratura ordinaria. Ed è proprio qui che comincia la partita vera. Roberto Occhiuto dice che il tema «non mi appassiona» e affida all’Avvocatura regionale la scelta delle prossime mosse. Ma ciò che sul piano comunicativo può essere tenuto a distanza, sul piano politico è molto più difficile da ignorare. Perché dietro il referendum non ci sono soltanto i due sottosegretari. La stessa modifica statutaria interviene sulla composizione della Giunta, sostituendo il vecchio limite di sette componenti con il “numero massimo consentito dalla legge statale”. E nel frattempo un sottosegretario, Ettore Figliolia, è già stato nominato e svolge le proprie funzioni. Dopo il Tar, insomma, davanti alla maggioranza si aprono sostanzialmente quattro strade. Nessuna è priva di controindicazioni.