La Regione tenta di fermare il referendum. Non ci riesce e allora deve anche organizzarlo. Il TAR, alla fine, risponde: avete sbagliato giudice. Se fosse una commedia, qualcuno accuserebbe l’autore di aver esagerato. Invece è tutto vero. In Calabria c’è un referendum già fissato per il 29 novembre, un ricorso presentato per impedirlo e una Regione che, mentre cerca di cancellarlo in tribunale, prepara le urne per celebrarlo.
La modifica dello Statuto e la richiesta di referendum
La storia comincia con la modifica dello Statuto regionale: più assessori e la possibilità di nominare due sottosegretari. Sette consiglieri di opposizione chiedono di far decidere i calabresi. Il Segretario generale del Consiglio regionale risponde: no, il referendum non si può fare. L’Ufficio centrale regionale presso la Corte d’Appello risponde al contrario: sì, si può fare.
La Regione porta quel “sì” davanti al TAR
A quel punto la Regione prende quel “sì”, lo porta al TAR e chiede di trasformarlo nuovamente in un “no”. Vuole che la decisione venga annullata e prova anche a ottenere uno stop immediato. Ma il 20 luglio il TAR non tira il freno a mano. E così la macchina del referendum continua a camminare. Non essendoci alcuna sospensione, il Presidente Roberto Occhiuto firma il decreto e fissa il voto per domenica 29 novembre. Ed eccolo, il capolavoro del paradosso: la Regione fa ricorso contro il referendum e il Presidente della stessa Regione lo indice. Con una mano si prepara il fascicolo per il tribunale. Con l’altra si preparano le schede elettorali. È come chiedere di annullare un matrimonio e, nel frattempo, apparecchiare comunque i tavoli per il ricevimento. Dal punto di vista giuridico una spiegazione c’è. Il Presidente deve dare esecuzione a una decisione ancora efficace, mentre la Regione conserva il diritto di contestarla. Tutto regolare. È visto da fuori che sembra un cortometraggio dell’assurdo.












