Il referendum è finito. Il problema, invece, è rimasto sul tavolo. La vittoria del No ha impedito che entrasse in vigore una riforma costituzionale considerata sbagliata da una parte consistente della magistratura ma trasformare quel risultato in una sorta di assoluzione generale del sistema significherebbe commettere un errore forse persino più grave di quello che si voleva evitare. Il voto popolare può avere chiuso una questione costituzionale, ma non ha cancellato le domande che da anni accompagnano il funzionamento del Consiglio superiore della magistratura: quanto pesano le correnti nelle nomine? Quanto sono prevedibili le decisioni? Quanto spazio resta alla discrezionalità? E soprattutto: due magistrati che si trovano in condizioni analoghe possono essere davvero certi di essere giudicati secondo gli stessi criteri? È dentro queste domande che assumono un significato particolare le prossime elezioni del Csm. Una consultazione che potrebbe apparire interna alla magistratura e che, invece, riguarda molto da vicino anche i cittadini.

Il referendum non può diventare un “liberi tutti”

Sarebbe troppo semplice leggere la vittoria del No come la prova che il sistema dell’autogoverno non abbia bisogno di essere profondamente corretto. La difesa dell’indipendenza della magistratura e la critica alle degenerazioni del Csm non sono due posizioni incompatibili. Possono, anzi devono, camminare insieme. Va evitato che per correggere le storture dell’autogoverno si consegnino alla politica strumenti capaci di compromettere l’autonomia dei magistrati. Allo stesso tempo va impedito che l’autonomia venga utilizzata come argomento per difendere l’esistente, comprese le sue zone d’ombra. Dopo il referendum si apre dunque una stagione forse più complicata: quella dell’autoriforma. Meno roboante delle grandi riforme costituzionali, non meno importante. Cambiare una norma è relativamente semplice, cambiare prassi, criteri, abitudini consolidate e sistemi di relazione lo è molto meno.