Il referendum ha una data: domenica 29 novembre. Ma dire che la parola sia definitivamente passata ai calabresi è ancora prematuro. Il decreto firmato dal presidente Roberto Occhiuto porta avanti la procedura, senza chiudere la controversia: il 2 settembre il TAR Calabria dovrà pronunciarsi sul ricorso presentato dalla Regione contro l’ammissibilità della consultazione. La firma del decreto non è una resa della maggioranza e il precedente diniego della sospensione d’urgenza non è una vittoria dell’opposizione. Il TAR non ha ancora riconosciuto il diritto al referendum: ha soltanto escluso la necessità di intervenire immediatamente e rimesso la questione alla valutazione collegiale. Anche parlare di una “lezione del TAR alla politica” significa attribuire al giudice parole che, almeno per ora, non ha pronunciato.
Un nuovo livello politico
Se il voto sarà confermato, però, bisognerà finalmente uscire dal labirinto delle procedure e discutere della sostanza. I calabresi saranno chiamati ad approvare o respingere una riforma dello Statuto che consente l’ampliamento della Giunta e introduce fino a due sottosegretari alla Presidenza. Non si tratta semplicemente di due incarichi in più. La riforma inserisce nell’architettura regionale un nuovo livello politico: figure nominate dal Presidente per coadiuvarlo, ammesse alle sedute della Giunta ma senza diritto di voto. Non sarebbero assessori, non riceverebbero un mandato diretto dagli elettori e dipenderebbero politicamente dal Presidente, che ne definirebbe funzioni e spazio operativo. Proprio questa collocazione intermedia a solleva la questione più interessante : perché una collaborazione con il Presidente deve assumere rango statutario? Quali competenze oggi scoperte richiedono la creazione di due nuove cariche? E perché tali funzioni non possono essere affidate agli assessori, ai consiglieri delegati o alle strutture amministrative già esistenti?






