Fosse solo l’AfD nella Germania profonda. Il vento spira da estrema destra non solo nelle regioni in declino industriale della “rust belt” europea dove la disoccupazione è cresciuta e gli immigrati sono il capro espiatorio, ma anche in quei Paesi che hanno buoni fondamentali e nei quali l’economia tira e la lotta al crimine organizzato e alle gang giovanili è stata condotta con durezza, registrando passi in avanti. Tipo, in Svezia.

A Stoccolma, alle elezioni di domenica, non è escluso che il centrodestra al governo, che sino a dieci giorni fa i sondaggi davano con un gap di dieci punti rispetto alla favorita coalizione di centrosinistra, possa rimontare. Il distacco si è ridotto prima al 5,8% e nell’ultimo sondaggio (2 settembre) ad un magro 3.3%. E sin qui. Il problema è che la coalizione di centrodestra moderati-liberali guida il paese con un governo di minoranza che si regge con il fondamentale apporto dei Democratici Svedesi, partito che a dispetto del nome è tutt’altro che progressista: è un partito nazionalista di estrema destra che ha radici in gruppi neonazisti e nel movimento anti immigrati “bewara Sverige svengst” ("Manteniamo la Svezia svedese”). Tra i suoi fondatori c’è quel Gustaf Ekström, che iniziò la sua carriera prima come attivista nazista svedese negli anni ’30 e poi come volontario e membro attivo delle Waffen-SS.