La Svezia potrebbe essere il prossimo Paese europeo a segnare un ulteriore passo avanti della destra radicale. Le elezioni politiche di domenica 13 settembre arrivano infatti al termine di una campagna elettorale estremamente incerta, con il blocco di centrosinistra guidato dai Socialdemocratici di Magdalena Andersson ancora leggermente avanti, ma con il margine ridotto rispetto alle previsioni iniziali.
Il punto decisivo, però, non riguarda soltanto chi arriverà primo. La vera partita è quella sulla formazione del prossimo governo e, in questo scenario, i Democratici Svedesi (Sweden Democrats, SD) di Jimmie Åkesson potrebbero compiere il salto definitivo: dopo aver sostenuto dall'esterno l'attuale maggioranza di centrodestra, potrebbero ottenere per la prima volta veri e propri incarichi ministeriali.Il primo ministro uscente Ulf Kristersson, leader dei Moderati, ha infatti aperto esplicitamente alla loro presenza nel governo in caso di vittoria del blocco di destra. Una scelta che segna una trasformazione profonda della politica svedese.Dai margini al governo Il percorso dei Democratici Svedesi è particolarmente significativo. Il partito, nato con legami con ambienti dell'estrema destra e con un passato caratterizzato da posizioni radicali, è diventato negli anni una delle principali forze politiche del Paese.Alle elezioni del 2022 aveva ottenuto il 20,5% dei voti, diventando il secondo partito del Parlamento. Pur senza entrare formalmente nel governo, aveva sottoscritto l'accordo politico che aveva permesso a Kristersson di diventare primo ministro, assumendo un ruolo determinante nell'indirizzo della maggioranza.Il rapporto con i Democratici Svedesi ha contribuito soprattutto a spostare a destra il dibattito su immigrazione, integrazione e sicurezza. Il governo Kristersson ha adottato una linea più dura sull'immigrazione e sulla criminalità, mentre gli stessi Socialdemocratici hanno progressivamente irrigidito le proprie posizioni su questi temi.La novità della vigilia del voto è quindi che quello che fino a pochi anni fa sembrava uno scenario politicamente impensabile è ormai diventato una possibilità concreta: i Democratici Svedesi potrebbero passare da forza di sostegno esterna a componente ufficiale del governo. Una partita ancora apertissima I sondaggi continuano però a indicare una situazione molto equilibrata. I Socialdemocratici restano la principale forza politica del Paese, ma il vantaggio del centrosinistra sul fronte di centrodestra si è drasticamente ridotto. Secondo le rilevazioni citate dal Financial Times, da un margine che in precedenza arrivava a circa 12 punti si è passati a una distanza nell'ordine di appena 2-3 punti.A rendere ancora più imprevedibile il risultato è il ruolo dei partiti più piccoli, in particolare Liberali e Centristi, il cui peso può risultare decisivo per stabilire quale blocco riuscirà a costruire una maggioranza parlamentare.Per questo, anche un eventuale successo dei Democratici Svedesi non significherebbe automaticamente un loro governo. La vera domanda sarà se l'intero schieramento di destra riuscirà a conquistare abbastanza seggi per formare una maggioranza.Il precedente tedesco: l'AfD prima forza in Sassonia-Anhalt Il voto svedese arriva pochi giorni dopo un risultato che in Germania ha avuto un impatto politico enorme.Il 6 settembre, nelle elezioni regionali in Sassonia-Anhalt, l'AfD ha ottenuto il 43,8% dei voti e 39 seggi su 83, diventando nettamente il primo partito. È stato il risultato più alto mai ottenuto dalla formazione di estrema destra in una consultazione regionale tedesca.L'AfD non ha però raggiunto la maggioranza assoluta e, soprattutto, gli altri partiti continuano a escludere una collaborazione con la formazione. La cosiddetta Brandmauer, il "muro di contenimento" che impedisce ai partiti tradizionali di governare insieme all'AfD, rimane formalmente in piedi.Ma il risultato ha mostrato quanto sia diventata forte la destra radicale in una parte della Germania. E ha messo in difficoltà anche il governo federale di Friedrich Merz, accusato dagli elettori di non essere riuscito a rispondere efficacemente alle preoccupazioni legate all'economia, al costo della vita, all'immigrazione e alla sicurezza.










