Può sembrare strano e perfino ingeneroso, ma se penso agli anni del femminismo militante e alla stessa battaglia per la legalizzazione dell’aborto, la figura di Emma Bonino mi appare come una sorta di logo, di bandiera molto sventolata, ma non ho nessun ricordo di lei nelle situazioni dove si formava e cresceva, tra mille contrasti ed entusiasmi, il pensiero delle donne. La ragazza cuneese con la zazzera corta faceva parte delle cronache dei processi, delle tribune politiche, delle azioni eclatanti che la andavano trasformando in un simbolo, ma ho sempre visto come un grande limite il suo essere acriticamente legata a Pannella, a differenza di quanto accadeva ad altre radicali, come Adele Faccio, Eugenia Roccella, Maria Adelaide Aglietta, Rosa Filippini, il cui percorso femminista sentivo più leggibile, più sfaccettato, più autonomo.Emma Bonino era la ragazza che si era autodenunciata per aver praticato aborti, dopo che prima di lei lo aveva fatto Adele Faccio, fondatrice del Cisa (Centro italiano sterilizzazione e aborto), e che su quel gesto dirompente fondò il primo tassello di una lunga carriera politica. Era anche colei che si sarebbe opposta, sempre in sintonia con Pannella, alla legge 194 che regolava l’interruzione di gravidanza, perché non vi si riconosceva un vero “diritto” all’aborto. Anche in questo, si dimostrò ben lontana da un femminismo che di diritto non ha mai voluto parlare e non a caso, perché quella parola nascondeva l’ennesima trappola per le donne. Ma è probabile che alla Bonino, definita in tutte le biografie come “femminista”, di esserlo o meno non importasse nulla, e va bene così. Le va semmai riconosciuta la determinazione assoluta ad affermare sé stessa, la capacità di trasformarsi in un marchio che allude a faccende serie come il coraggio, l’integrità morale, i buoni sentimenti pacifisti e nonviolenti, l’immancabile emancipazione delle donne, perfino quando la parola ha cominciato a suonare come riduttiva e superata. Ricordo però una sua benemerita chiamata alla protesta a sostegno delle donne afghane, ancora, come oggi, vittime del divieto di istruzione e dell’obbligo del velo integrale. Erano i tempi della grande occasione che Silvio Berlusconi, per la prima volta al governo, le offrì proponendola come commissario europeo. Fu lì che Emma Bonino, che tra le varie deleghe gestiva quella per gli aiuti umanitari, fece il decisivo salto di immagine, diventando una carta credibile da giocare sul piano internazionale. Berlusconi provò pure nel 2000 a farla nominare Alto commissario per i rifugiati all’Onu, e a tale scopo cercò, non trovandolo, l’appoggio di Tony Blair. La gratitudine comunque non le fece velo, quando più tardi si smarcò duramente da quell’esperienza e da Berlusconi, ma sarebbe ingenuo pensare che un radicale (e perché la Bonino doveva fare eccezione?) possa rinunciare all’idea che è la sua sola presenza a fare la bontà o meno di uno schieramento o di una causa.
Il "diritto all'aborto" più radicale che femminista di Emma Bonino
È probabile che alla leader radicale, definita in tutte le biografie come “femminista”, di esserlo o meno non importasse nulla, e va bene così. Le va semmai riconosciuta la determinazione assoluta ad affermare sé stessa










