La prima donna ad aver portato la battaglia sull’aborto sul proscenio, mettendo in gioco il proprio corpo. O la prima donna a essere candidata da una campagna di massa alla presidenza della Repubblica? Oscilla tra queste due primizie la vita politica di Emma Bonino, storica esponente radicale, sodale di Marco Pannella al vertice di quel partito, oggi disintegrato, e che lei aveva comunque lasciato da tempo. Personaggio atipico, impegnata in polemiche infinite, collezionatrice allo stesso tempo di cariche pubbliche: entra alla Camera nel 1976, a 28 anni, e resta in cariche pubbliche – deputata, senatrice, parlamentare europea, ministra, commissaria europea – per il resto della sua vita.
Vita intensa, certamente. Nata a Cuneo nel 1948, si laurea alla Bocconi di Milano nel 1972 e inizia a far politica, in modo anomalo, nel 1975 aderendo al Centro d’informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto (CISA) fondato tra gli altri da altre due storiche leader del partito radicale, Adele Faccio, e Maria Adelaide Aglietta. Si trattava di aiutare le donne ad abortire, senza essere costrette a utilizzare le cliniche d’oro e in quella vertenza la stessa Bonino si consegnerà alle autorità accusandosi di aver praticato l’aborto. Anche in virtù di battaglie epocali per l’epoca, farà parte della pattuglia radicale che entra in Parlamento nel 1976 con circa 400mila voti e quattro seggi. Il partito vede ancora il monopolio stretto del leader Pannella affiancato da una rosa di dirigenti, spesso capaci e abili, che alimentano una vita interna più variegata di quanto sarà in seguito. Forse è in quella esperienza che ha assunto la qualità che l’ha accompagnata per tutta la vita e ne ha forse caratterizzato l’intervento pubblico: sembrare una ribelle, un’antisistema, eppure essere interna al mondo politico-istituzionale senza rifiutare di assumere cariche rilevanti.











