Emma Bonino, quante battaglie. Dall’aborto gratuito con il metodo Karman per le donne che non volevano affidarsi ai ferri da calza delle mammane e non avevano i soldi per andare a interrompere la gravidanza all’estero, battaglia che nel 1975 la avvicinò al Partito Radicale, alle più recenti prese di posizione in difesa della comunità Lgbtq+, quando la destra affossò la proposta di legge Zan. Quante battaglie in piazza e nelle istituzioni, correndo il rischio della galera e quello, non meno insidioso, di governare. Con determinazione mista a pragmatismo, da piemontese e da borghese (è un elogio: ne avessimo avute tante altre e altri, di borghesi con la schiena dritta come lei) che sapeva coniugare intransigenza e solido buon senso.
Nata a Bra, in provincia di Cuneo, il 9 marzo 1948 da Filippo Bonino, agricoltore diventato commerciante di legname, dopo la maturità classica la giovane Emma si iscrive alla Bocconi di Milano senza nessuna intenzione di studiare economia. Sceglie invece lingue e letterature straniere e si laurea a pieni voti nel 1972. La tesi la dedica all’autobiografia del leader nero Malcolm X, assassinato a New York nel 1965.
In quegli anni, più esattamente nel 1970, in Italia è stato introdotto per legge il divorzio, subito messo nel mirino dalla Democrazia Cristiana, dall’assortita galassia clericale e dai neofascisti del Movimento Sociale. Nel 1974, un referendum che nelle intenzioni dei promotori dovrebbe abrogare la legge vede invece la vittoria netta dei No, il 59,3 per cento contro il 40,7 per cento degli abolizionisti. Emma Bonino entra in politica dopo quella vittoria.











