“Io non ho inventato l’aborto. L’aborto era lì, clandestino, pericoloso e umiliante”. Nel suo percorso politico Emma Bonino è tornata più volte su quell’umiliazione: essere donna in un’Italia tradizionalista, in cui l’interruzione di gravidanza era ancora reato e per decidere del proprio corpo si poteva rischiare la vita. Nel 1975, quando a 27 anni Bonino ha iniziato a combattere apertamente per sé stessa e per tutte, è stata costretta a sgomitare per far sentire la sua voce: "L’umiliazione è stata talmente forte che mi sono detta: per nessuna, mai più". Trentasei anni dopo, nel 2011, la rivista statunitense Newsweek ha inserito Emma Bonino nell’elenco delle “150 donne che muovono il mondo”. Dall’aborto libero, all’obiezione di coscienza, alle mutilazioni genitali femminili e all’occupazione, si è spenta una delle voci più forti della lotta femminista in Italia: una di quelle che ha fatto scoprire le donne alle donne.La battaglia è iniziata in corso di Porta Vigentina a Milano, sede storica del Partito Radicale, dove, assieme a Adele Faccio, Bonino ha fondato nel 1973 il Centro d’informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto, o Cisa. “Con Adele ho iniziato la mia militanza contro l’aborto clandestino e le mammane - ha ricordato con affetto - un percorso di aiuto pubblico” per tutte le donne che non potevano permetterselo. Lei stessa aveva subito un’interruzione di gravidanza clandestina e la scelta di autodenunciarsi è divenuta il cuore della campagna per l’aborto libero e legale: nel ’75 il caso del Cisa è esploso pubblicamente e i radicali che l’avevano fondato sono stati arrestati. “In realtà avevamo assunto la responsabilità pubblicamente già da diversi mesi”, ha ricordato, sottolineando come l’arresto fosse parte di una strategia di disobbedienza civile che mirava a rivendicare l’azione e a costringere la politica a confrontarsi con il problema.Erano anni “di profonda vitalità e impegno” come li ha definiti, tra la battaglia per il divorzio, la contraccezione, l’obiezione di coscienza e l’estensione dei diritti civili. Gli stessi anni in cui ha preso forma la campagna referendaria per la depenalizzazione dell’aborto, sostenuta dall’Espresso e dai Radicali, di cui Bonino era stata eletta deputata alla Camera. Il 22 maggio 1978 è arrivata la legge 194 che ha disciplinato l’interruzione volontaria di gravidanza, ma lei l'ha vissuta come un compromesso politico sul corpo delle donne, perché scritta in modo da essere accettata da una parte della Democrazia Cristiana. “Nonostante i suoi limiti anche teorici, la legge ha funzionato”, ha riconosciuto.La promulgazione della legge 194 non ha chiuso la battaglia di Emma Bonino, ma ne ha allargato il perimetro. Dall’autodeterminazione sul proprio corpo alla libertà di vivere, studiare, lavorare e partecipare alla vita pubblica, Bonino ha fatto dei diritti delle donne una questione senza confini. Dopo anni di attivismo in Italia, nel 1998, eletta commissaria europea, ha lanciato assieme ad Anita Gradin la campagna Un fiore per le donne di Kabul. "Sono arrivata alla conclusione che la soglia dell’indignazione sia stata fissata troppo in alto. Quante restrizioni, quante storie dell’orrore servono prima che diciamo: basta?", ha scritto in una lettera pubblicata dal Guardian. “In venti anni di guerra civile le donne di Kabul vivono in una segregazione rigida che minaccia la loro stessa sopravvivenza”. La richiesta politica era netta: non normalizzare né riconoscere il regime finché avesse mantenuto quelle discriminazioni.Sulla stessa linea libertaria si colloca la battaglia contro le mutilazioni genitali femminili Stop Fgm, che ha portato avanti dal Cairo, dove si è trasferita nel 2001 per studiare la lingua e la cultura araba. In Africa ha conosciuto e approfondito il Protocollo di Maputo sui diritti delle donne africane, e con No Peace Without Justice, nel febbraio 2006 Bonino ha inaugurato a Bamako, in Mali, una conferenza dedicata all’applicazione del Protocollo. L’articolo 5 impone agli Stati di proibire e sanzionare ogni forma di mutilazione, comprese medicalizzazione e paramedicalizzazione, ma anche di promuovere informazione, assistenza sanitaria e psicologica alle sopravvissute e protezione per ragazze e donne a rischio.Per l’ultima grande battaglia politica Bonino è tornata in patria e da vicepresidente del Senato, Bonino ha sostenuto l’equiparazione dell’età pensionabile tra donne e uomini: una posizione discussa, che per lei non significava negare le disuguaglianze, ma rifiutare che la pensione anticipata sostituisse una parità reale nel lavoro. Nel 2009 ha curato Pensionata sarà lei. Le donne, la parità, la crisi economica, dedicato a occupazione femminile, autonomia economica e carriere spezzate. Era la stessa lente del movimento #Half of It: le donne sono metà della società, ma non possono continuare a ricevere una quota minore di reddito, rappresentanza e libertà di scelta.Essere femminista, per Emma Bonino, non era solo una battaglia politica, ma un modo di vedere il mondo: “Rendere le donne, tutte le donne, libere di scegliere perché consapevoli delle loro scelte, senza alcuna imposizione o limite imposto da parte degli uomini e neppure da altre donne”
Dall'aborto libero alle mutazioni genitali femminili: la battaglia lunga una la vita di Emma Bonino al fianco delle donne
"Essere femminista per me ha sempre significato solo una cosa: rendere le donne, tutte le donne, libere di scegliere perché consapevoli delle loro scelte, senza










