Dall’aborto clandestino alla disobbedienza civile, fino alla legge 194: la battaglia di Emma per trasformare una vicenda personale in una conquista di libertà e autodeterminazione per tutte le donne

Nel 1975 Emma Bonino aveva 27 anni quando decise di mettere il proprio corpo e la propria libertà al centro di una battaglia politica destinata a cambiare l'Italia. Dopo aver contribuito alla nascita del Centro d'informazione sulla sterilizzazione e sull'aborto (Cisa), si autodenunciò per il reato di procurato aborto, scegliendo la disobbedienza civile per portare alla luce la realtà dell'aborto clandestino.

Dietro quella scelta politica c'era però un'esperienza personale. Bonino aveva vissuto in prima persona un aborto clandestino e avrebbe raccontato più volte quanto quell'esperienza fosse stata segnata dalla paura, dalla solitudine e dall'umiliazione. "Dopo avere vissuto quell'aborto ed essermi umiliata ho deciso che non sarebbe accaduto mai più a nessuna", ha raccontato. Una frase che riassume l'origine della sua battaglia: trasformare un'esperienza privata in una denuncia pubblica e fare in modo che altre donne non fossero costrette a vivere la stessa situazione.

Erano anni in cui l'interruzione di gravidanza era ancora un reato e migliaia di donne erano costrette a ricorrere a pratiche clandestine, spesso rischiose per la loro salute. Bonino, insieme ad Adele Faccio, Marco Pannella e Gianfranco Spadaccia, la pattuglia radicale più agguerrita dell'epoca, iniziò a fornire assistenza alle donne che cercavano di interrompere una gravidanza in sicurezza. "Abbiamo cominciato un percorso di aiuto pubblico ad abortire alle donne che ne avevano bisogno, e quindi di autodenuncia", ha ricordato Bonino. L'obiettivo era rendere pubblico ciò che la legge cercava di tenere nell'ombra: l'aborto esisteva, ma la possibilità di affrontarlo senza mettere a rischio la propria salute dipendeva spesso dalle condizioni economiche.