Il 15 giugno del 1975 davanti al seggio di Bra, in provincia di Cuneo, era chiaro un po’ a tutti che qualcosa stava per accadere. Erano presenti gli inviati dei grandi giornali, delle agenzie di stampa, i fotografi e un centinaio di radicali, di femministe e di attiviste del CISA, il Centro Informazione per la Sterilizzazione e l’Aborto dove si praticavano le interruzioni di gravidanza. In quel momento in Italia, in base al codice penale fascista conosciuto come codice Rocco, l’aborto era considerato un delitto «contro l’integrità e la sanità della stirpe»: un atto diretto contro lo Stato, dunque, punito, così come il procurato aborto e l’istigazione, con pene gravissime.
Intorno alle 10 del mattino al seggio arrivò Emma Bonino. Aveva 27 anni. Dopo aver consegnato il proprio documento entrò nella cabina per votare e non appena uscita si rivolse al presidente: «Presidente, sono colpita da un mandato di arresto, mi consegno a lei», disse. Per qualche minuto non accadde nulla e quando il presidente invitò Bonino ad uscire, ad attenderla c’era un brigadiere. Bonino venne fermata in base a un mandato di arresto emesso mesi prima, accompagnata in caserma e poi da lì nel carcere di Cuneo e infine in quello di Firenze, dove il reato era stato commesso.











