TORINO. Il 16 giugno 1975, davanti al seggio di Bra, Emma Bonino viene arrestata tra gli applausi di militanti e curiosi che intonano Addio Lugano bella. Ha 27 anni, insegna inglese, da pochi mesi si occupa del Cisa. Le accuse – associazione per delinquere, procurato aborto - sono le stesse che avevano portato in cella Adele Faccio e Gianfranco Spadaccia. Nel racconto dell’epoca, pubblicato da La Stampa in prima pagina, emerge una giovane donna minuta, occhi chiari, che parla senza giri di parole dell’ipocrisia che circonda l’aborto: «Sei donne su dieci arrivano troppo tardi. Prima che le italiane imparino davvero a usare i contraccettivi saremo alla terza generazione di indesiderati».

Bonino spiega perché ha deciso di impegnarsi: l’irruzione dei carabinieri nella clinica Conciani, gli arresti dei dirigenti radicali, la confusione del movimento, la sua scelta di riorganizzare il Cisa puntando sul metodo Karman, meno doloroso del raschiamento.

Quel giorno, dopo aver votato, si consegna ai carabinieri: «C’è un mandato di cattura nei miei confronti». L’arresto è goffo, quasi riluttante: un presidente di seggio incredulo, un brigadiere che telefona al comando perché non sa che fare, una “gazzella” che arriva in ritardo mentre attorno scatta una sorta di teatro civile fatto di flash, cori, pugni chiusi. Bonino viene portata prima in caserma, poi verso il carcere di Cuneo. Sul taxi che la conduce via qualcuno ha attaccato un adesivo: «Ma come, sei un democratico e non hai ancora firmato per il referendum sull’aborto?». Una frase che dice molto del clima di allora, di un Paese che iniziava a muoversi, a contestare apertamente una legge considerata ingiusta, a riconoscersi in battaglie che fino a poco prima sembravano marginali.