Gli insegnanti supplenti, in meno di dieci anni, sono più che raddoppiati. Lo dicono i numeri del ministero, che raccontano una scuola sempre più precaria: da poco più di 100 mila nel 2015-16 a quasi 235 mila nel 2022-23, l'ultimo anno per cui esistono dati ufficiali completi. Significa che oggi, in Italia, un docente su quattro lavora con un contratto a termine. La Gilda degli Insegnanti - sindacato autonomo nato nel 1989 all'interno della Federazione Gilda-Unams, che rappresenta il personale della scuola, dell'università, della ricerca e dell'Afam, indipendente dai partiti - segue il fenomeno da anni. A raccontarlo è il suo coordinatore nazionale, Vito Carlo Castellana, eletto nel 2024 dopo essere stato lui stesso precario per sei-sette anni, spedito "a mille chilometri da casa". Dalla provincia di Bari a quella di Biella: "Praticamente ci mettevo dieci ore in auto".Il nodo, spiega Castellana, riguarda soprattutto il sostegno agli alunni con disabilità. Esistono le cattedre in organico di diritto - quelle stabili, che danno accesso al ruolo - che secondo il decreto interministeriale n. 170 del 10 agosto 2026 (Mim-Mef) sono poco più di 128 mila, a cui si aggiungono i 134 posti aggiuntivi. Ma non bastano: ogni anno se ne aggiungono altre "in deroga", assegnate con contratto a termine per rispondere a sentenze che impongono l'insegnante di sostegno a ogni alunno certificato. Sono oltre 100 mila, stabilmente, da anni - e in crescita, non perché aumentino gli alunni disabili, ma perché è aumentata la sensibilità nelle diagnosi: "Prima se uno studente presentava un livello di autismo lieve non se ne accorgeva nessuno. Oggi invece c'è una didattica personalizzata, una maggiore attenzione da parte delle famiglie". In effetti nell'anno scolastico 2024-25: gli alunni con disabilità erano 377 mila, il 4,8% degli iscritti totali. Uno quota quasi raddoppiata in 10 anni. Insomma l'aumento di posti stabili sul sostegno è stato di appena 134 cattedre risulta risibile a fronte di un fabbisogno che secondo le stime di Castellana sarebbe di 180 mila.Ma perché queste cattedre non diventano stabili? "Risparmio. Il nostro è uno Stato taccagno con la scuola". Trasformare un posto a termine in cattedra di ruolo significa riconoscere scatti di anzianità, permessi, diritti legati alla malattia che il personale non di ruolo non ha. E sul dialogo con il governo, il sindacalista affonda: "Noi facciamo continue richieste, ma di fatto è la legge di bilancio che dovrebbe prevedere le risorse per la scuola. E nelle ultime leggi di bilancio le risorse in merito sono state zero". Eppure, negli ultimi anni, ci sarebbe stata anche l'occasione di reinvestire fondi recuperati dal sistema stesso: si tratta del risparmio di risorse legato al calo demografico. Il crollo delle nascite ha portato quest'anno a tagliare alcune migliaia di cattedre sui posti comuni. "Quella poteva essere l'occasione per convertirle sul sostegno, in organico di diritto. Invece anche questo cassetto è rimasto chiuso", osserva Castellana.I dati Istat ed Eurostat danno ragione alla diagnosi del coordinatore nazionale di Gilda: nel 2023 l'Italia ha destinato all'istruzione il 3,9% del Pil, contro una media Ue del 4,7%. È il terzo valore più basso dell'Unione, davanti solo a Romania e Irlanda. "Bisognerebbe lavorare per avere una spesa per l'istruzione almeno pari alla media della Ue - dice Castellana -. Se ci attestassimo su quella media, risolveremmo il problema del precariato, il problema stipendiale della scuola e forse anche quello dell'edilizia scolastica".Ma è sulla continuità didattica che si misura il costo umano più diretto del sistema. Il ministero rivendica che quest'anno il 70% dei supplenti di sostegno sia stato riconfermato nella stessa scuola. Castellana lo contesta: "C'è un 30% che non ha avuto la conferma, e tra questi ci sono casi anche molto gravi". Il problema, come spiega, è strutturale: i posti in deroga emergono a fine agosto, e la conferma spetta solo a chi è in cima alla graduatoria e non per forza all'insegnante chi garantiva continuità all'alunno. "Se io ho 10 punti e il centesimo in graduatoria ne ha 25, non posso vantare continuità: mi chiamano solo a ottobre, con le cattedre che emergono dopo. Per questo i posti devono diventare tutti in organico di diritto, assegnati a monte". A questo, poi, si somma la proverbiale burocrazia italiana, che Castellana descrive come un "bancomat": per restare in graduatoria i precari devono acquisire di continuo titoli e certificazioni linguistiche e informatiche, "e sappiamo come funziona, sono state fatte molte inchieste al riguardo: c'è chi non si presenta nemmeno e ottiene la certificazione pagando".Per Castellana la fragilità non sarebbe da imputare unicamente all'attuale governo. Anzi. Il sindacalista individua due riforme spartiacque. La più recente è quella Gelmini che, tra il 2008 e il 2011, tagliò circa otto miliardi di euro dal sistema scolastico, smantellando la formazione professionale e sostituendo il "modulo" - che prevedeva più maestri per classe - con il maestro unico, presentato allora come una scelta di qualità e non, come sostiene oggi Castellana, come "un taglio mascherato". E poi, soprattutto, l'autonomia scolastica, introdotta alla degli fine anni Novanta: "Ha tolto il potere di controllo allo Stato centrale e lo ha delegato alle scuole, trasformandole di fatto in un'anarchia". Per il sindacalista questa è la riforma più dannosa in assoluto, perché ha spinto gli istituti a competere tra loro come fossero "mercati", a caccia di iscrizioni più che di qualità: "Non ci sarà mai una scuola che in un open day dice: 'iscrivetevi qui perché si studia sul serio'", ironizza Castellana.La conseguenza è un sistema che ha smesso di pensarsi come pilastro dello Stato e ha iniziato a trattare il sistema scolastico come un costo: "La scuola dovrebbe anche essere impopolare, perché deve pensare al futuro dei ragazzi. Invece è diventata accondiscendente, accomodante: si è alzata sempre più l'asticella di quello su cui si transige, finché il potere educativo si è impoverito". E il fardello sulle spalle di chi - nel concreto - tiene in piedi tutto questo si fa sempre più pesante: "Un milione di studenti, un milione di insegnanti e il personale scolastico che lavora con dedizione. Ma il sistema non può reggersi soltanto sul loro attaccamento", conclude.
Le conseguenze di "uno Stato taccagno con la scuola": continui tagli all'istruzione, un insegnante precario su quattro e la continuità educativa negata (soprattutto ai più fragili)
Il coordinatore nazionale della Gilda degli Insegnanti, Vito Carlo Castellana, spiega perché il nostro Paese, per risparmiare, continui ad alimentare un problem









