Ventisette euro per una giornata di lavoro nei campi, otto o dieci ore sotto il sole, senza riposo settimanale né ferie. E poi il costo del trasporto, altri cinque euro trattenuti dalla paga, e quello dell’alloggio, 50 o 60 euro al mese. Per chi protestava, secondo la ricostruzione degli investigatori, c’erano le minacce: perdere la casa, vedersi compromettere il permesso di soggiorno o subire un’aggressione. È lo scenario emerso da un’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro sullo sfruttamento della manodopera agricola nella Piana di Sibari, in Calabria. I carabinieri hanno eseguito un decreto di fermo nei confronti di 20 cittadini stranieri: 18 pakistani, un indiano e un cittadino del Bangladesh. Le accuse, a vario titolo, comprendono associazione per delinquere finalizzata all’intermediazione illecita e allo sfruttamento del lavoro, riduzione in schiavitù, estorsione e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

L’indagine, avviata nel 2020 e condotta dai militari del Comando Carabinieri per la tutela del lavoro insieme ai reparti territoriali dell’Arma, ha ricostruito l’esistenza di due associazioni per delinquere che, secondo l’accusa, avrebbero operato in modo interconnesso. Il primo gruppo, composto prevalentemente da stranieri, avrebbe costruito nella Piana di Sibari una sorta di controllo sulla manodopera agricola. I braccianti venivano reclutati e accompagnati nei campi, ma anche alloggiati in condizioni definite dagli investigatori degradanti. In alcuni appartamenti del centro storico di un Comune della zona sarebbero state ammassate fino a venti persone contemporaneamente, in abitazioni fatiscenti e prive di riscaldamento, luce e gas. Come spiegato dal generale Antonio Bandiera, comandante del Nucleo tutela Lavoro. è stata scoperta anche una “forte discriminazione salariale applicata dai caporali ai braccianti in base alla loro diversa provenienza”. Persone la cui autodeterminazione era stata come “annullata”.