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18 cittadini pakistani, uno bangladese e uno indiano sono stati arrestati in un’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro sul caporalato nella piana di Sibari, in Calabria: è la zona in cui il primo giugno scorso quattro braccianti erano stati uccisi, chiusi in un minivan e poi bruciati vivi, secondo la procura dai caporali che li stavano riportando a casa dopo il lavoro. L’inchiesta che ha portato ai nuovi arresti è diversa da quella sull’omicidio dei quattro braccianti, ma è nata anche in conseguenza di quello che si è scoperto dopo quel fatto.

Il caporalato è una forma illegale di reclutamento e organizzazione dei lavoratori che si basa sullo sfruttamento. In Italia non c’è un reato specifico con questo nome: le venti persone arrestate sono accusate di associazione a delinquere finalizzata all’intermediazione illecita e allo sfruttamento del lavoro, e poi di estorsione, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e anche riduzione in schiavitù. Molte di queste accuse coincidono con le storie e le testimonianze che il Post aveva raccolto in alcuni articoli di approfondimento sullo sfruttamento dei lavoratori in quelle zone.

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