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I magistrati che indagano sull’uccisione dei quattro braccianti bruciati in un minivan ad Amendolara, sulla costa jonica della Calabria, ritengono che l’omicidio sia stato una ritorsione compiuta dai loro caporali, cioè le persone che li avevano ingaggiati, che li portavano nei campi e trattenevano una parte della loro paga: li avrebbero uccisi perché i quattro si sarebbero ribellati alla condizione di sfruttamento e schiavitù in cui erano tenuti. Per l’omicidio sono stati arrestati due uomini pakistani, Alì Raza e Ahmed Safeer, che in base a diverse testimonianze sono stati individuati come i caporali. Finora non hanno risposto alle domande dei magistrati.
Sul caso sta indagando la procura di Castrovillari, in provincia di Cosenza: quello che ha ricostruito finora è che la mattina della strage i braccianti avevano protestato perché vivevano in dieci in una stanza sola, non avevano un contratto regolare e non erano pagati adeguatamente. I due caporali vivevano al piano di sotto della stessa abitazione a Villapiana, poco più a sud di Amendolara. Secondo le indagini Fazal Amin Khojani, uno dei lavoratori afghani uccisi, durante la discussione aveva dato un pugno a Safeer, provocandogli una tumefazione all’occhio destro, e Raza aveva anche chiamato la polizia di Cassano allo Jonio, comune della provincia di Cosenza poco distante.













