di
Agostino Gramigna
I quattro braccianti arsi vivi in Calabria, in un territorio controllato dalle organizzazioni criminali: 100-150 euro al mese per dormire su un materasso in casolari fatiscenti, comprati apposta per gestire i lavoratori
Federica si sveglia alle quattro del mattino. Esce di casa con in borsa i volantini tradotti in più lingue. È buio. Si scorgono ombre. I braccianti sono seduti alla rotonda di Corigliano o sul ciglio di una strada a Schiavonea. Possono essere ovunque. Aspettano il cosiddetto caporale, per andare nei campi. Federica Pietramala va lì, accompagnata da un mediatore culturale che fa da interprete. I migranti-braccianti della pianura di Sibari non parlano l’italiano. Lei lavora per il sindacato, Flai Cgil. Va nei campi a fare proseliti. Parla, parla. Espone loro la sua materia: i diritti. «Ne avete eccome. Dovreste conoscerli». Il mediatore culturale traduce. I braccianti ascoltano. Silenziosamente. Ma con chi ha a che fare?
Giovani, ventenni, per la stragrande maggioranza pachistani e indiani che popolano da un po’ di tempo la pianura di Sibari e le zone agricole di Corigliano e Rossano, non distanti da Amendolara, dove sono morti i quattro braccianti. Migranti agricoli a tempo. Uomini invisibili, fantasmi. Spesso per loro scelta. Che però si spostano di continuo. Migranti che si muovono sul suolo italiano. Puglia, Sicilia, Calabria, Campania. Dipende da zucchine, fragole, arance, nettarine, pomodori, limoni. Il loro numero varia dalla stagione. Nella pianura di Sibari sono tantissimi tra novembre e gennaio per la raccolta delle arance. Un po’ di meno, ma lo stesso tanti, in primavera, tra maggio e giugno, per la raccolta di nettarine e fragole. Quanti sono? Migliaia. I dati nascono dal lavoro sul campo di sindacati e associazioni. Molti di loro sono privi di permesso di soggiorno. Circa il 30 per cento, ad essere larghi, ha contratti legali e tutele sindacali. Il resto è lavoro nero. È in questa situazione di debolezza che nascono soprusi e faide interne.










