Tutto ha avuto inizio nel 2020 con un paradosso giudiziario, un grossolano errore di valutazione commesso da chi si credeva intoccabile. Due intermediari si presentarono in caserma per denunciare il danneggiamento delle gomme delle proprie automobili, additando tre giovanissimi braccianti africani come responsabili di una presunta “ritorsione”. Una mossa sconsiderata che ha innescato un effetto domino devastante per la rete criminale. Anziché ripiegarsi nella solita rassegnazione, i tre lavoratori decisero di spezzare la catena dell’omertà: raccontarono agli investigatori come quel gesto fosse l’atto finale di una vertenza disperata per riavere mesi di arretrati mai versati e la promessa di un contratto regolare, squarciando il velo sul racket della manodopera nella Piana di Sibari.Quella coraggiosa testimonianza ha dato il via a un’indagine imponente, culminata nel blitz coordinato dalla Procura Distrettuale Antimafia di Catanzaro ed eseguito dal Comando Carabinieri per la Tutela del Lavoro. Un’operazione mastodontica – estesa nelle province di Cosenza, Napoli, Bologna, Sassari e Mantova – che ha portato all’emissione di un provvedimento di fermo per venti persone (18 pakistani, un indiano e un cittadino del Bangladesh), rettificando anche errate ricostruzioni diffuse da alcune testate sul numero dei destinatari e sull’autorità procedente.