Pubblicato il: 06/09/2026 – 13:00
di Angelo Palmieri
CASSANO ALLO IONIO Va detto con chiarezza, prima di ogni altra considerazione: la maxi-operazione che nei giorni scorsi ha portato a 20 fermi nella Piana di Sibari, frutto del lavoro della Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro e delle Forze dell’Ordine, merita un plauso pieno e senza riserve. Un’indagine che ha smontato pezzo per pezzo un sistema di riduzione in schiavitù, estorsione e caporalato, restituendo un nome e un volto a decine di lavoratori – soprattutto pakistani, bengalesi e subsahariani – tenuti per anni in una condizione di soggezione. Ma proprio perché il risultato è importante, sarebbe un errore accontentarsene. C’è un pezzo della filiera che raramente finisce sotto i riflettori quanto il caporale, eppure gli è complementare: chi possiede, affitta e incassa da immobili ridotti a baracche, trasformando il bisogno di un tetto in un’altra leva di ricatto.
Cosa dicono le carte
Non sono impressioni, sono fatti che emergono dagli atti. Nelle abitazioni sotto sequestro venivano stipate fino a venti persone alla volta, senza riscaldamento e spesso senza luce né gas. Per quel “tetto” – una parola grossa per descrivere un materasso buttato a terra in un casolare fatiscente – ai braccianti, già pagati intorno ai 15 euro al giorno, venivano trattenuti tra i 50 e i 60 euro al mese; in certi casi si arrivava a 100-150 euro per un semplice giaciglio. La casa, che dovrebbe essere un diritto, diventa merce di scambio nelle mani di chi specula sulla disperazione altrui. (IL CORRIERE DELLA CALABRIA NE HA SCRITTO QUI).










