Mario Calabresi a Milano. Potrebbe essere un’ottima storia. Non soltanto per Milano. Ecco il laboratorio sotto la Madonnina. Dal quale, per l’ennesima volta nella storia italiana, può venire sulla scena qualcosa di diverso. Si voterà in primavera, assieme a Roma, Napoli, Bologna, Torino e altre città importanti. Milano è già partita. Calabresi – l’ex direttore di Repubblica e della Stampa, che ieri ha lasciato tutti gli incarichi in Chora Media e nel gruppo Be Water Content, premessa dell’annuncio ufficiale – si candida alla guida della metropoli lombarda: «Sento forte il richiamo a percorrere una strada nuova». È una buona notizia. Non soltanto per Milano ma anche per il centrosinistra italiano che, come al solito, dovrà intraprendere i consueti e complicati riti fino alle primarie. E, come sempre, l’epicentro del problema è il Partito democratico. A Roma – anche qui bisogna dire: come sempre – si prende però tempo. Pare che Elly Schlein non abbia ancora parlato, o voluto parlare, con Calabresi.

In teoria, in campo c’è un membro della segreteria nazionale: Pierfrancesco Majorino, esponente della sinistra del partito e molto vicino a Schlein. Majorino, verosimilmente, non rinuncerà alla battaglia, perché ha un suo seguito e un’identità definita, combattiva e vetero, anche se qualcuno dice che abbia perso un po’ di smalto. A bocce ferme, rispetto all’ex direttore di Repubblica, è sfavorito. Ed è qui che la partita milanese diventa interessante anche in chiave nazionale. Perché, in fondo, è il solito problema di Schlein: scegliere tra l’allargamento e l’identità. Tra la tentazione di costruire una coalizione capace di prendere voti dove oggi il centrosinistra non arriva e quella di conservare una precisa fisionomia politico-ideologica. L’eterno bivio tra centri sociali e modernità.