«Prima il programma, poi i nomi». Il gelo era cominciato prima dell’annuncio. Nelle settimane scorse Mario Calabresi aveva chiesto un incontro a Elly Schlein e non lo ha ottenuto; martedì pomeriggio, poche ore dopo le dimissioni da Chora Media, ha telefonato Igor Taruffi, responsabile Organizzazione del Nazareno, con un ni esteso per correttezza anche a Pierfrancesco Majorino. In pubblico la segretaria ha usato la formula che riserva a ogni candidatura contesa, prima il programma e poi i nomi, aggiungendo dalla Festa dell’Unità di Genova che è presto. Ai piani alti del partito le primarie milanesi sono percepite come insidiose; se si faranno il Pd nazionale non appoggerà esplicitamente nessuno, che è il modo più elegante di non opporsi al figlio del commissario Calabresi senza doverlo sostenere. All’apertura della festa cittadina al Corvetto, sul palco con Beppe Sala salirà Francesco Boccia. Schlein a Milano non verrà.

Il gelo ha una ragione, e non è Calabresi

Carlo Calenda, il cui partito a Milano governa con Sala da cinque anni, ha definito Calabresi “un ottimo candidato riformista per Milano. Una sintesi efficace tra pragmatismo e visione” aggiungendo che “Andrebbe sostenuto da subito da tutto il centro sinistra, senza farlo passare per il tritacarne delle primarie”, Matteo Renzi, leader di Iv che a Milano è in giunta, ha definito la possibile candidatura di Mario Calabresi a sindaco di Milano una “fantastica notizia “. Ma il gradimento dell’ala riformista milanese starebbe diventando, per assurdo, un problema: nei colloqui riservati la segretaria dem lo avrebbe giudicato troppo autonomo rispetto alle dinamiche interne di partito e poco di sinistra. Giulia Pastorella, vicepresidente di Azione, prova a disinnescarla ricordando che il suo partito Calabresi non l’ha proposto e che non ne ha la tessera, e aggiunge la frase che a Milano in molti pensano e in pochi dicono: se il freno nasce da questioni interne al Pd, le primarie sarebbero un regolamento di conti.