Il Veneto si avvia a votare una legge che disciplina l’accesso al fine vita, seguendo il sentiero tracciato dalla Corte Costituzionale. Non è però bastata una giornata di discussione in consiglio regionale per dipanare i fili di un confronto acceso, a tratti molto ideologico, al di là delle parole che chiedevano di guardare alla sostanza del problema e non alla rigidità dei principi. Vista la selva di emendamenti bipartisan, presentati dalla Lega di Alberto Stefani e dalle minoranze di centrosinistra, il dibattito è stato aggiornato al 2 settembre.

All’inizio della seduta Futuro Nazionale e Fratelli d’Italia avevano provato a rimandare in commissione la proposta di legge di iniziativa popolare per la regolamentazione sanitaria del suicidio assistito in Veneto. Non ci sono riusciti, perché in consiglio regionale si è formata, fin dalla prima votazione, una insolita maggioranza trasversale grazie a un’intesa tra la Lega di Luca Zaia e del governatore Alberto Stefani, con Pd, Cinquestelle, AVS e liste civiche. Così sul far del mezzogiorno è stata bocciata per 31 voti contro e 16 a favore, la richiesta di Stefano Valdegamberi di FN di retrocedere l’esame del testo all’iter ordinario di approvazione legislativa. Aveva allegato pareri giuridici, come ha fatto Claudio Borgia, capogruppo dei meloniani, sostenendo che, siccome nel 2024 c’era stata già una bocciatura della proposta, non si poteva invocare il regolamento che prevede la trattazione entro sei mesi (da inizio legislatura) delle richieste sostenute dalle firme dei cittadini, in questo caso 9 mila, raccolte dal comitato Liberi Subito.