Da ormai un anno, negli Stati Uniti, si è diffusa un’ostilità nei confronti dei data center per le intelligenze artificiali, delle enormi strutture necessarie al funzionamento (e allo sviluppo) di questa tecnologia. Secondo un sondaggio dell’istituto Gallup, il 70% degli statunitensi non vuole un data center vicino casa. E sembra essere una posizione trasversale, quasi bipartisan, in un paese in cui pure l’ultima persona su cui erano tutti d’accordo – Dolly Parton – se n’è andata. Destra, sinistra, liberal e mondo MAGA. Quasi tutti concordano su un fatto: non vogliamo data center da queste parti. I motivi sono diversi a seconda dei casi – dalle preoccupazioni ambientali ed etiche ai timori per gli effetti sulla bolletta – ma il risultato finale è lo stesso. Persino il governatore repubblicano del Texas, Greg Abbott, ha cambiato linea: lo scorso novembre celebrò gli investimenti tecnologici arrivati nel suo stato, diventato il cuore degli investimenti nel settore, mentre nelle ultime settimane si è schierato con il “no” piuttosto apertamente.Lo chiamano anche “vibe shift”, il cambiamento repentino di umore che ha travolto un’industria – quella delle AI – che è già alle prese con i timori sempre più diffusi di una bolla finanziaria, causata dagli enormi investimenti in corso da anni in questa tecnologia. Ed è proprio questo cambiamento al centro di una strana teoria cospiratoria che si sta diffondendo nel settore tecnologico statunitense: l’idea che dietro l'opposizione ai data center non ci sia un movimento spontaneo (o "grassroot", come si suol dire), ma una regia esterna. Insomma, il complottone. Il sospettato numero uno è la Cina, che avrebbe organizzato una "psy-op", cioè una "psychological operation", espressione che risale alla guerra fredda con cui si indica una strategia di manipolazione dell'opinione pubblica che avrebbe interessato soprattutto i social network (al centro della paranoia, proprio la cinese TikTok). Il piano era semplice: rallentare lo sviluppo delle AI negli Stati Uniti, paese attualmente all’avanguardia nel settore, seminando falsità e zizzania sulle infrastrutture su cui questo si basa.A sposare la teoria, Garry Tan, capo dell'acceleratore di startup Y Combinator, che recentemente ha parlato dell’influenza maligna dei media statali cinesi, coadiuvati da “una rete di organizzazioni non profit di orientamento marxista con base a Shanghai, e di finanziamenti opachi provenienti da miliardari stranieri”. Trae Stephens, cofondatore di Anduril Industries (azienda del settore militare), ha usato toni ancora più diretti, sostenendo che gli americani sarebbero stati "avvelenati” dalla propaganda del partito comunista cinese. Anche Joe Lonsdale, tra i fondatori di Palantir, ha espresso convinzioni simili. L’idea che la Cina – o un’altra potenza straniera – cerchi di influenzare l’opinione pubblica degli Stati Uniti non è ovviamente campata in aria, ma a stupire è la convinzione con cui un pezzo di Silicon Valley si è decisa a ridurre le proteste montanti contro i data center a un complotto. Il sottotesto è chiaro: non può essere vero che le persone, di loro spontanea volontà, non vogliano queste immense strutture vicino casa e non siano entusiaste delle AI.C’è anche chi ha dimostrato di avere un’opinione meno estrema. Chamath Palihapitiya, investitore di lungo corso nella tecnologia, ha scritto su X che le aziende di AI hanno semplicemente "fallito miseramente" nel comunicare con il pubblico, rifugiandosi in un “linguaggio tecnico e arcano”, fatto di sigle e previsioni plumbee da romanzo distopico. Il tutto, mentre lo sviluppo delle AI richiede sacrifici notevoli (ad esempio, la costruzione di centri di elaborazione dati rumorosi ed energivori), per non parlare degli effetti delle AI sul mercato del lavoro. Per questo, ha aggiunto Palihapitiya, i data center sono diventati "la rappresentazione simbolica" di come a guadagnare da questa tecnologia sia un’élite di persone alla quale la maggior parte delle persone non ha accesso. Nonostante tutto, la teoria pechinese si diffonde, forse perché troppo comoda e semplice per non tentare alcuni nomi del settore. L’alternativa, del resto, sarebbe affrontare la realtà: una tecnologia che, sempre stando ai sondaggi, incute timore e sospetto nella popolazione (specie tra i più giovani), e sulla cui promessa di crescita infinita si basa ormai un pezzo di economia americana – e non solo. L’operazione simpatia dei data center non è finora riuscita, ma forse ci voleva un miracolo.
E se sui data center fosse tutta colpa della Cina?
Il settore tecnologico ha una teoria per spiegare il sentimento bipartisan di antipatia (se non proprio odio) nei confronti di queste infrastrutture: si tratterebbe di un'operazione psicologia ("psy-op") in cui il sospettato numero uno è il governo cinese. Intanto il fronte anti-data center si allarga










